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Manca.

Sì. A volte mi manca, ancora. Stasera mi manca. Mi manca uscire una sera, non avere sonno. Mi manca fare l’amore. Mi manca la vita, quella fatta di relazioni, di incontri casuali, di vino in compagnia senza paura di stare male dopo. Mi manca camminare senza chiedermi per quanti giorni poi dovrò rinchiudermi in casa per i dolori. Mi manca non dovere contare i passi e la velocità. Mi manca provare un nuovo sport. Mi manca provare, credere, vivere. Mi manca volere essere vista. Mi manca soffrire, mi manca essere bella, mi manca essere magra, mi manca desiderare. Mi manca uno sguardo, una voce, un “altro”, mi manca sentirmi al di fuori del guscio, oltre la malattia.

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Intrusi.

Credo che poche cose siano tristi e frustranti come la sensazione di non riuscire mai a esprimere adeguatamente le proprie emozioni. Capita spesso di avere difficoltà a esprimere quelle negative, come la rabbia o la tristezza, ma penso che sia fonte di ancora maggiore sofferenza l’incapacità di esprimere l’affetto, l’amore o la gratitudine, o comunque di esprimerli a pieno, specialmente quando questi sono molto forti. È come se si avesse dentro un fiotto d’acqua che scorre violento e che violentemente ha bisogno di uscire fuori, ma lo si bloccasse spietatamente con un tappo. È l’implosione e la mortificazione di energie più triste che possa mai esistere. Lo spreco di bellezza più crudele che si possa fare nei confronti di sé stessi e degli altri.
In questo vorrei essere molto più simile a un bambino di 8 mesi, vorrei essere emotivamente pura e non contaminata dal pensiero né dalla paura.

“Chissà cosa si prova a liberare
la fiducia nelle proprie tentazioni,
allontanare gli intrusi dalle nostre emozioni…”

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Perché non avevo niente da fare.

Non riesco a concentrare la mia attenzione su niente e cerco di ricreare artificialmente il bisogno di te, perché almeno mi faceva sentire viva, anche se con una vita di merda.
Passo il tempo a chiedermi perché non ricevo da chiunque o quasi attenzioni o interesse, a chiedermi cosa non vada in me. Non ho niente dentro, e ho bisogno di farmi queste domande; ho bisogno di sentirmi una nullità, ho bisogno di credere che nessuno, nessuno mai, neanche sotto tortura, vorrebbe avere a che fare con me. Non è difficile manipolare i fatti affinché mi dimostrino questa presunta verità che potrò usare come arma per ferirmi: basta selezionare quelli che, portati all’estremo, semplicemente ne sono la prova. E per mia fortuna non sono pochi. I restanti due o tre che potrebbero costituire l’eccezione li snobbo neanche fossero moscerini fastidiosi poggiatimisi sul naso, e il gioco è fatto.

Mi tratti come io tratto persone di cui niente mi è mai importato; la conclusione viene da sé, ma io la ignoro. Pretendo che non sia così. Senza un tu non riesco a scrivere niente, vedi? Ti devo ricreare, altrimenti non so di cosa parlare. Dei dolori muscolari, della stanchezza, dell’intestino difettoso, del vuoto che mi attanaglia. Che bell’affare. Ho bisogno che tu sia in qualche modo nella mia vita per avere qualcosa da raccontare. L’amore non c’entra nulla, è solo una questione di spazio da riempire.

Che cosa credevi?

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Le regole del gioco

AnimALiena

La malattia cambia la percezione del tempo.

Le giornate rallentano, la fatica si posa apparentemente lieve sulle spalle al mattino, per trasformarsi nel giro di poche ore in un macigno insostenibile, da trascinare minuto dopo minuto. Arrivare alla sera si fa fatica epica, ma – se si è abbastanza fortunat* – il buio porta in dono il tanto sospirato oblio di sé e della propria condizione.

La malattia è attesa.

Di guarire, certamente. Ma anche solo di migliorare, se possibile. E, prima ancora, di visite, prelievi, esami, altre visite. Attesa di risposte che tardano ad arrivare, mentre i sintomi non hanno alcuna fretta di svanire. E lei, la malattia, gioca a nascondino coi tuoi nervi… cu-cù, dove sei? Cosa sei? E perché hai deciso di rendermi la vita così difficile?

La malattia è un posto in prima fila per lo spettacolo della vita.

Della quale però ti ritrovi spettatore, non…

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Cymbalta 60 mg.

Il periodo pre-mestruale è diventato per me una specie di promemoria in piccolo e su scala molto ridotta della persona che ero prima e della mia emotività (disregolata?), attualmente piuttosto sepolta sotto 60 mg di duloxetina giornalieri senza i quali purtroppo a volte non riesco neppure a camminare a causa dei dolori alle gambe. La cosa positiva è che non sto più “sempre male”, non ho sempre l’ansia, non mi ossessiono su ogni azione che credo di avere sbagliato tormentandomi fino a desiderare di lobotomizzarmi, non ho continue crisi di solitudine e tristezza e di vittimismo acuto. La cosa negativa è che a volte mi sembra di avere perso qualcosa, di essermi adagiata sul nulla e poi soprattutto la cosa più triste è che non scrivo quasi più. D’altra parte uno di che deve scrivere se non ha nessuna di queste cose? Di che ha mangiato a pranzo? Boh. (Che poi non è vero, evidentemente è solo un mio limite – infatti non sono una scrittrice – avere l’impulso di scrivere solo sull’onda dell’emotività.)
Comunque devo sempre scegliere tra due estremi.

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