Intimisto, Racconti

“…Incrini il mio coraggio, vanifichi l’attesa. Le sere che ti aspetto, i pomeriggi che aspettano la sera…”

Pensava, guardando la parete di fronte, bianca sporca, fumando e disegnando nuvole nell’aria, che la sua vita era stata in fondo sempre una questione di attimi, di piccole scelte che le avevano poi disegnato il futuro.

Quell’attimo in cui aveva scelto di incontrare quella persona, che poi le aveva cambiato la vita. Quello in cui aveva deciso di vedere quell’altra, che le aveva cambiato la giornata. Quell’altro in cui aveva deciso di fare quella telefonata, che le aveva cambiato la serata. Quell’attimo in cui aveva accettato quell’invito, assecondato quella voglia, espresso quel desiderio, provato, tentato, rischiato, detto, osato, fatto, mangiato, parlato, assaggiato, chiesto, letto, cercato, proposto.

E poi c’era stato invece quell’attimo in cui aveva detto di no a quell’incontro, a quell’altro appuntamento, a quella telefonata, a quell’invito a cena, a quella proposta di lavoro, a quell’invito a uscire, a quel corso, a quella proposta, a quel film, a quel libro, a quell’occasione, quell’attimo in cui si era privata, non per sacrosanta e legittima mancanza di voglia ma per paura, dubbio, incertezza, paranoia, sensazione di inadeguatezza alla situazione.

Era sempre quello. Non riusciva a datare l’inizio di quella sensazione, nè a capire se fosse una normale insicurezza o qualcosa di più grave o semplicemente un alibi per non esporsi troppo ai fallimenti quotidiani che chiunque osi subisce.

Da quando poi lui l’aveva ripetutamente resa carne da confronto, lei non era neanche più se stessa con le persone con cui si relazionava, così tanto ormai da non esserlo più neanche con se stessa.

“…Distruggi le mie felicità perché sono da poco agli occhi tuoi…”

Non si ricordava più cosa le interessasse veramente, se studiare e laurearsi, lavorare per avere soldi, iscriversi a quel corso di recitazione, prostituirsi, posare per servizi fotografici di nudo, fare la ragazza immagine in discoteca, la giornalista, la ballerina, la psicologa, la ragazza madre, l’attivista antirazzista, la bassista, la sassofonista, la cubista,  la fighetta, l’alternativa, la bulimica, l’anoressica, la salutista, la tipa alla mano, la tipa che se la tira, la simpatica, l’artista di strada, l’acida, la misantropa, la filantropa, la casinista, la timida, l’animalista, la fashion victim, l’alcoolizzata, la tossica, la moralizzatrice, la punk, l’artista, la criptica, la scapestrata incosciente, la ragazza con la testa sulle spalle.

“Sono come tu mi vuoi”, era il motto di un camaleonte privo di personalità e spessore per lo meno apparenti.

“..Qualcuna la riempi, la gonfi a dismisura..”

Una volta lui le aveva detto “Noi siamo di quelle persone che potrebbero riuscire bene in qualsiasi cosa in cui volessero impegnarsi”. E lei ci aveva creduto. In fondo era vero, lei era una perfezionista, una schematica, una razionale. Intelligenza nella norma, competitività accesa da un’educazione rigida e lesiva dell’autostima, sapeva che se avesse voluto avrebbe potuto eccellere in qualcosa che non fosse necessariamente il fallimento o l’autoprivazione. Ma così era troppo facile, crogiolarsi nella consapevolezza è troppo facile, e poi poter fare tutto per lei equivaleva a non saper fare niente, e in fondo era così. Invidiava chi aveva un gran talento e un grande obiettivo nella vita, perché nel suo tutto e niente dispersivo e frammentario si sentiva inutile, per niente interessante, arida e vuota. Per questo recitava, per essere qualcuno, immaginava vite altre e ruoli che non le appartenevano per sentirsi viva, interessante, degna di nota.

“…E gli occhi tuoi mi rubano la luce perché tu possa splendere nei miei…”

E mentre pensava queste cose l’attimo della scelta era già passato e lei l’aveva perso, di nuovo, abbandonandosi a ore di depressione, paranoia e bulimia andanti e lesive del suo già fragile e danneggiato corpo. Ma questa è un’altra storia, un’altra illusione di essere viva, di essere qualcuno, di non essere un punto nel vuoto, senza appigli nè punti di riferimento. Non c’era niente di peggio, per lei, che sentire quel vuoto, che sentire nella carne quel suo essere niente dentro il vuoto. Un buco nello stomaco, una voragine, battiti accelerati e angoscia allo stato puro.

“…Allora non rimane niente e te ne vai…”

Sperava che lui non dovesse scoprirlo mai, chi lei era veramente. Ma sapeva di non poter fingere a lungo, e per questo meditava già di tagliarlo dalla sua scena, e passare alla successiva, con la disinvoltura e la flessibilità di una vera interprete di vite altrui. Un taglio netto, denti stretti, lacrime ricacciate negli occhi e frigoriferi svuotati. Niente di più facile, niente di più crudele.

“…Consuma spento e lento il mio dolore, consuma me.”

Intimisto.

Digressione