Intimisto, Racconti

Nuda.

“Sei la donna nuda più bella che abbia mai visto. E con questo ho detto tutto, perché è da nuda, senza trucco, senza ghingheri, che si vede la bellezza di una donna.”

Così mi disse quando, spogliatami del tutto e guardatami nei dettagli come fossi un’opera d’arte, una nota di stupore disegnò il suo volto, che si mosse ad una genuina espressione di fierezza mista a gratitudine e imbarazzo.

Mi fissava il seno, definendolo il più bello che avesse mai visto e vantando una miriade di forme, curve e capezzoli esplorati, nella sua lunga carriera di amatore. Mentre io ero là, inerme, per niente sicura del valore di ciò di cui ero portatrice, e con la testa china aspettavo il suo responso, la sua voce giudicante che mi valutava.

Si soffermò sulle braccia, toccando le ferite sull’avambraccio sinistro, all’epoca pieno di tagli netti e sottili, ora cicatrici, memorie della mia familiarità con le lame, le punizioni, le castrazioni dalla vita.

Mentre sfiorava la superficie ruvida dei tagli ancora freschi un’espressione triste gli rigava il volto, adesso non più radioso come prima, bensì amareggiato, addolorato, forse deluso da quel dettaglio che deturpava quell’insieme che tanto lo aveva reso fiero e orgoglioso.

Scese sulla pancia, e un sussulto mi fece tremare tutta. Alzò gli occhi e vide le mie lacrime, mute, scendere a dirgli tutto ciò che quel taglio aveva significato. Come spaventato da una mia minaccia, levò via la mano, ma abbassò lo sguardo sulla ferita e la fissò per qualche secondo. Poi si chinò a baciarla, come se non avesse fatto altro nella sua vita che baciare le ferite sulle pance delle donne fuori di sé. Poi alzò la testa e mi disse: “Ora vorrei scattarti una foto. Non so se sarai mai, di nuovo, bella come ti vedo adesso. Non so se io ti vedrò mai di nuovo così. Spero che conservando questa immagine si conservi anche quello che provo in questo momento in cui ti guardo e penso che non esiste niente di più bello al mondo che i tuoi occhi tristi, che il tuo seno piccolo e sagomato, che la tua pancia piccola ma morbida, che le tue braccia sottili, le tue mani dalle dita lunghe e affusolate, le tue gambe magre e perfette, i tuoi piedi fini e trascurati.”

Acconsentii nella speranza che quello scatto potesse dare nuova vita anche a me, come uno specchio deformante che mi rendesse più bella anche ai miei stessi occhi.

Dicono che le foto scattate dalla persona che ti ama siano quelle che ti rendono più bella, e addirittura che dalle stesse puoi capire quando questa non ti ama più.

Non ci ho mai creduto, ma perché non tentare, pensai.

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Port’Alba – le vite degli altri.

Com’è bella Port’Alba le mattine di primavera. Il sole batte sull’asfalto ma un venticello tacito mi scompiglia piacevolmente i capelli, mentre cammino con un vestitino svolazzante e passo da una bancarella all’altra commuovendomi quasi alla vista di vecchi libri usati e ingialliti che odorano di vissuto. Mi piace guardare le copertine consumate, aprire i libri e vedere le pagine giallo-marroni e consunte. Mi piace toccare le pieghe e le pagine rotte, mi piace chiudere gli occhi e immaginare la storia di quel libro e di chi lo ha letto. Sono un’inguaribile curiosa delle vite altrui, e mentre sto lì a vagheggiare sento una musica venire dalle mie spalle, perfetta colonna sonora del mio film mentale che procede inesorabile.

Mi volto e vedo lui, un punkabbestia bellissimo, seduto a terra tra due bancarelle, che suona e canta e ha – per dio – una voce celestiale. Lentamente mi avvicino e lo guardo meglio. E’ bello, da togliermi il fiato. Ha due occhi meravigliosi e tristi e sta lì, a suonare non so cosa ma canta così bene che mi chiedo dove possa aver imparato a farlo. Frugo nella borsa alla ricerca di qualche moneta e, trovati gli ultimi residui di soldi in mio possesso, mi avvicino e li metto nella cesta dove lui li raccoglie.

E’ un attimo, mi guarda e mi sorride, gli sorrido. Ora, ho un problema, lo so, mi guardo troppo dall’esterno, sarà colpa del mio marcato tratto di narcisista di personalità o della tendenza all’autoanalisi o dell’insicurezza, ma comunque mi urge un fermo immagine.

Sono là, chinata in avanti che gli porgo i soldi. Lo guardo e gli sorrido, il vento mi scompiglia i capelli sulla faccia e il vestito sulle gambe. Lui si volta verso di me, continuando a cantare e suonare, mi guarda – con quegli occhi azzurri – e mi sorride. C’è una luce bellissima.

Stop.

Mi rialzo, lentamente riprendo a camminare e vado verso casa. Eppure non vorrei andarmene così, mi sembra di abbandonarlo.

In quei pochi minuti in cui le nostre vite si sono incrociate, è successo qualcosa che ha stravolto la mia giornata e forse, chissà, la mia vita. Lo guardo ancora mentre cammino e mi chiedo come e dove viva e con chi, che cosa ha vissuto, dove andrà dopo, come si sente, cosa pensa, se è felice, cosa rimpiange, cosa vorrebbe fare, che posti ha visto e vorrebbe vedere, se ha amato ed è stato ferito, se come me pensa che Port’Alba, le mattine di primavera, sia incantevole, se gli piacciono i libri e ne ha mai letti, dove cavolo ha imparato a cantare e suonare così.

Penso che magari avrei dovuto essere più audace, dirgli qualcosa, parlargli, avremmo potuto fare amicizia, scoprire interessi comuni, bere una birra insieme, innamorarci, partire insieme per barboneggiare in altri posti meravigliosi.

Chinata su di lui in quell’attimo stupendo, perché no, avrei potuto anche baciarlo.

E mentre penso tutto ciò e realizzo che lui è già andato via e in tutta probabilità dimenticatosi di me, mi chiedo quanto la mia timidezza mi limiti e quanto invece mi salvi dal fare le cose assurde che vorrei.

Chiedo scusa alla signora a cui sono andata addosso sognando ad occhi aperti, prendo il mio nuovo vecchio libro e felice guardo la copertina consumata. Apro alla prima pagina e vedo qualcosa che non avevo visto prima. Una scritta in rosso, a penna, con pessima grafia, campeggia al centro, probabilmente fatta da uno dei proprietari precedenti del libro. (Chi è? Cosa fa? Cosa pensa?)

“In certi casi la solitudine dovrebbe essere prescritta dal medico della mutua e mantenuta dallo Stato.”

(E’ una ragazza. Un po’ alternativa, riccia, mora, bassina, non troppo bella, studia lettere. E’ intelligente, acuta, legge molto, ogni tanto scrive. E’ riservata, le piace da un sacco quel ragazzo per il quale non si sente abbastanza bella, ha pochi amici ma fidati, ha un buon senso dell’umorismo e un forte spirito critico. Suona uno strumento, forse il basso, non è molto felice, ha un cane, vorrebbe vivere altrove. Oppure no? Magari è un vecchio bavoso obeso e sessuomane, vedovo.)

Definitivamente, mi fermo.

Piano largo. Piazza. Io ferma tra la gente che passa, vento, capelli, eccetera. Sorrido.

Una dedica per me, da uno sconosciuto, un passaggio di libri, di emozioni, una cessione di pensieri tramite pagine ingiallite, arrivata a me chissà da dove tramite un omino annoiato che vendeva libri a due euro.
E’ ovvio che non ha nessuna idea del valore di ciò che sta vendendo, ignaro e annoiato com’è, preoccupato di tirare avanti. Almeno credo. Quasi vorrei tornare indietro e chiedergli, parafrasando De André, “Tu che li vendi, cosa ti compri di migliore?”.

Un uomo buono, in fondo, me lo immagino, mentre abbraccia i suoi figli dopo avermi venduto un tesoro per due euro, eppure, chissà se sa chi è Thomas Mann, se ha mai letto “I Buddenbrok” e sapeva di quella scritta. Magari no, magari non sa leggere, magari ha tre lauree, magari l’ha letto e quella frase l’ha scritta lui. Un po’ soffro a non sapere quale sia la verità, ma un po’ forse, in fondo, è bello così.

(Se non fosse per quell’aura di mistero che attornia gli sconosciuti, non sarebbero così interessanti, mi dico.)

Torno a casa, reduce da mezz’ora di poesia, e tornando alla mia alienazione quotidiana accendo il pc e mi collego a internet. E’ finita, ho ripreso a lobotomizzarmi, ho già dimenticato tutto e il mio cervello si è di nuovo spento.

Senonché, parte un video, e mentre la musica scorre vedo un’immagine: una scritta su un muro, in francese, che dice: “La bellezza è per la strada”.

Come pervasa da una nuova consapevolezza sorrido, ma stavolta amaramente.

Non è forse così?

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