Intimisto

Retrattile.

La cattiveria, lo sai, presuppone uno spessore intellettivo che tu non hai.

La cattiveria, senza intelligenza, è solo una pura esternazione di imbecillità.

Fondamentalmente non è giusto. Che le mie parole così preziose vadano a te che non le sai comprendere. Che tutto ciò di mio che è più prezioso vada a te che non ne sai apprezzare il valore.

Non penso neanche lontanamente di poterti ferire: con le parole, con i gesti, con l’assenza, con nulla.

Le persone che ci sono indifferenti non ci possono far male.

E le persone come te sono immuni a certe stilettate.

Incuranti di ciò che succede attorno a loro, parlano per muovere la bocca, vivono seguendo i propri impulsi, non si curano delle conseguenze delle loro azioni.

Un loro sorriso, una loro parola, una frase, un gesto, uno sguardo  – apparentemente pregno di significato -non vale niente.

Perché niente è pesato.

E’ solo un gesto animalesco. Come la fame. Come un riflesso.

Beate loro, e beate le loro infime vite senza valore.

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Intimisto

Ecce homo.

Mi  sembra di nuovo tutto possibile. Non ho il tempo per pensare, non voglio. Non ho mai capito se sono una da posa, da pensiero o da azione. Forse sono tutto, e tutto devo capire e diventare. Voglio essere ogni cosa che ho sempre voluto e temuto. La mia età è un numero insignificante e inutile che all’occorrenza nascondo e camuffo per sentirmi meglio. Non mi importa di niente, non ci voglio pensare. Non voglio neanche rimpiangere, rimuginare o autocondannarmi. Non ha importanza, forse non ha più senso neanche scrivere.  E’ il momento di fare, e di diventare ciò che sono.

Beware

Beware.

 

Out of the ash

I rise with my red hair

And I eat men like air.

 

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Alla fine, è successo, quello che tanto avevo sperato che non succedesse, ma certe cose non le possiamo controllare: se non le coltiviamo, finiscono, e così è stato.
La mia passeggiata al lungomare, stavolta, è stata catartica. Niente canzoni deprimenti dal lettore mp3, niente tappe sulla spiaggia, niente sguardi di sottecchi alle coppiette amoreggianti sugli scogli.
Tornavo soddisfatta quando ho sentito l’uomo con la tromba. Mi sono avviata ovviamente senza indugi verso lui per ascoltarlo da vicino.
Ed ero là, seduta a terra, incantata, commossa, cullata dal vento e dalla musica, ed è successo: non ho desiderato neanche per un attimo che tu fossi lì con me.

(Poi mi sono alzata e ho detto grazie, all’uomo meraviglioso con la tromba.)

Intimisto

Meraviglie.

Ho scoperto una cosa meravigliosa. A piazza Plebiscito, ogni tanto, la sera, c’è un signore che suona la tromba. Si mette in fondo e al centro, di modo che il suono viene naturalmente amplificato in tutta la piazza e sulla strada. Passi e senti questo suono stupendo e avvolgente senza vedere da dove viene. Ed è gratis.
Se hai tempo e voglia puoi raggiungerlo e sederti sulle scale, e puoi anche chiedergli di suonarti qualcosa, e lui lo fa. Se invece no, puoi continuare a camminare su via Roma e vedere i cassonetti della differenziata andare a fuoco.

E allora magari vuoi tornare indietro.

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Intimisto

Bianco.

“Qualche cosa farò.” Uscirò, andrò a Port’Alba. Ho tanti libri da leggere e zero soldi da spendere, ma voglio guardare la gente che cammina tra le bancarelle, i fumetti con le scritte dei bambini, i libri di scuola con i cazzi disegnati sopra dagli studenti annoiati dalla spiegazione della prof. Voglio prendermi la pioggia in testa e una febbre invalidante e sperare che un libro mi conquisti così tanto da farmi spendere i miei soldi che altrimenti avrei usato per mangiare.

Ma non mi piace niente. Come sempre, m’interessa tutto e niente. Mi sento vuota come un guscio vuoto, triste e incazzata con il mondo anche a Port’Alba. Così vuota che ho sempre pensato che per questo non mi avresti mai voluta. Così incazzata che rispondo male ai tizi che vogliono darmi il volantino, che quando quello urla sobbalzo, che se quell’altro mi sfiora mi ritraggo, che sono sulla difensiva più di sempre e che vorrei piangere anche solo perché quello stronzo mi è passato con il motorino a un centimetro dalla pelle.

Ho paura di parlare, vedo gente e la saluto a fatica. Devo dire, devo chiedere, al fruttivendolo di darmi la verdura, al gestore del locale se può farmi lavorare. Devo parlare, maledizione, devo fare qualcosa o morirò, ma ci riesco a malapena. Sembro uscita da un mese di isolamento, tutto mi dà fastidio e tutto mi fa paura, voglio tornare a piangere come una cerebrolesa nelle mie quattro mura maledette, ma non posso, non posso ora, non potevo prima e non potrò mai.

La notte mi alzo e cancello con l’acqua le scritte sopra il muro. Quelle tue. Strappo i fogli e cammino vagante. Dipingerò questo muro di bianco. Così bianco come se tu non ci fossi mai stato. Cancellerò le parole belle, quelle brutte, anche quelle non dette. Cancellerò i ricordi, le speranze e le ferite.

“E’ difficile per tutti, per te è impossibile. Se non accetti di avere fallito non andrai mai avanti.”

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