Intimisto

Accanimento.

–          Non capisco perché ti ACCANISCI.

–          Non me ne farò MAI una ragione.

“La gente” si stupisce. Mi guarda con gli occhi sgranati e trattenendo le risa, come a dire ‘ma dai, ora basta, sei ridicola!’. Misura i miei gesti con il proprio metro e con una logica di efficienza collaudata e socialmente approvata. Le mie giornate sono vuote, mi dicono che il problema è tutto lì.

“La gente” crede di potermi aiutare fornendomi una soluzione pre-confezionata, come se il mio cervello non fosse abbastanza sviluppato per elaborarla da sola. Non è la soluzione il problema, ma lo sforzo costante e terribile e doloroso che devo fare per arrivarci. E sono brava a constatare da sola il mio fallimento, grazie.

Mi affeziono troppo alle idee, dovrei lasciarle morire ma non voglio, non voglio assolutamente. Sono mie.

Il mio più grande problema è che voglio sempre capire, sapere, vedere, tutto. Sono fermamente convinta che dietro ogni cosa ci sia un motivo, razionale e logico. Non sempre ne siamo consapevoli, ma c’è. E io lo voglio vedere. Ma la cosa peggiore è che pretendo, mi ostino a volere che anche gli altri vogliano vederlo. Analizzo e sviscero le azioni di persone che non vogliono saperne dei propri perché. Persone che non vogliono saperne dei miei perché, di quanto mi dispiace, di quello che vorrei da loro. Ma io mi ostino, mi dibatto, mi ACCANISCO. Con una tale foga che ci sarebbe da averne paura, se non da riderne a crepapelle.

Forse, potrei anche andare avanti, non cambierebbe tanto. In ogni caso, mi manco di rispetto. Ma lo pretendo dagli altri. Ironico. Ridicolo. Poco credibile.

Andare avanti è un losco compromesso.

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Intimisto

Tradi-menti. (“Amore, è tutto ciò che si può ancora tradire.”*)

Non sono mai stata capace di mantenere dei rapporti di circostanza. “Ehi, ciao, come stai?” solo perché forse un giorno potresti tornarmi utile. Beh, no.

Opportunismo, l’altro come mezzo,;mors tua, vita mea. Ultimamente ho pensato che è così che si sopravvive. Se il mio ego si nutrisse quotidianamente di ciò che gli viene offerto, sarei una persona molto più soddisfatta. Ma non è da me godere della sofferenza altrui. Ci ho provato, cercando di aggiungere questo tassello al puzzle della persona che avrei voluto essere, alle volte. Stronza, opportunista e disinibita. Una sonora risata. Non è solo compassione, è senso civico, questione di principio, moralità, legge.

Ad ogni modo, c’è chi lo fa. Ma nutre il mio disprezzo. Una vita più serena non è per forza una vita migliore. Una vita misera e meschina può sporcare l’intero universo con un solo gesto prepotente e fatto sovrappensiero.

Disperdersi senza un centro costante è destabilizzante, per me, soprattutto d’inverno, con questo freddo, con questa voglia di chiudermi e non uscire più.

Ho sempre cercato di definirmi, da quando ho perso la mia identità, quel giorno in macchina davanti a tutta la famiglia. Mi sono costruita ‘strati su strati di necessità’, mi contavo le costole pensando di essere un numero e mi davo nomi strani e interessanti da fenomeno da baraccone. Era bello, quando brillavo di quella luce così forte e accecante che non si poteva non notare, e che faceva piangere i più sensibili e ridere i più cattivi. Poi, è passata e ho dovuto creare altri strati, meno accecanti, più miseri, ma ugualmente dolorosi.

Faccio finta, da quel giorno, e non ho mai smesso. Mi copro ancora con mille coperte per non sentire freddo, anche se ora le ossa non sono più visibili come prima.

Non so se mai mi fermerò ad accettare quello che sono, senza la fretta di correre altrove a ripararmi e dire ‘io sono questo’.

Definirmi è limitante ma rassicuratorio. Non tutti siamo fatti allo stesso modo. E’ sconvolgente per me scoprire come due persone possano reagire in modo diametralmente opposto a una stessa situazione. Mi addolora. Devo imparare ad accettarlo; devo riuscire ad arrendermi, cedere, smettere di fare resistenza. Lasciarmi andare a ciò che sono e a ciò che il resto è.

Solo se mi definisco posso trasgredire da me. Cioè tradirmi, e sorprendermi.

Smetterò di riempirmi la stanza di piccoli frammenti dispersi ovunque sul mio letto. Mi terrò strette le due o tre cose a cui sono affezionata lasciando il resto alle voglie del momento. Sono una persona fedele, monogama, abitudinaria, come tutti ho bisogno di certezze. Ma poi devo tradirmi, o avrò disgusto e terrore del ritmo acquistato.

Dovrei smettere di definirmi , smettere di ‘esercitarmi per la vita ponderando ciò che c’è al di là del salto’.

Voler vedere e capire sempre è estremamente doloroso. Se penso che basterebbe coprirmi anche gli occhi, con quelle coperte.

Ma anche questo non è da me.

Bisogna restare fedeli a qualcosa, a un’immagine, conservare  – io credo – anche solo per avere qualcosa da tradire.

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*Andrea Pazienza

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Eros, Intimisto

Posso avere il tuo deserto?

Scopare con te è come fare un esercizio ginnico. Non ci metti un minimo di passione. Eppure dicevi di amarmi. Mi guardavi con quegli occhi. Come se fossi una creatura di un altro mondo.

E invece non mi sai scopare.

Mi vuoi solo dimostrare che sai farlo, mentre ti masturbi tra le mie cosce e mi lecchi con la dovizia di uno scolaro diligente.

Spiacente, ma non mi dai quello che cerco.

Non sai travolgermi, con le braccia. Non le hai, quelle braccia che mi proteggevano pur facendomi male.

Ricerco sempre quella sicurezza così dolorosa e precaria, ma bella e dolce quanto violenta.

Mi cullava.

E anche dopo, quello schiaffo. La violenza di uno schiaffo quando se ne andava via.

Anche quello era il mio piacere.

E’ quello che avrò, perché è l’unica cosa che sono in grado di volere.

L’umiliazione è parte del mio perverso e sottile godere. Soffrire e desiderare ne fa parte.

Per questo mi alzo e me ne vado.

Ti lascio così, a contemplare compiaciuto le fattezze del tuo muscolo fallico e me ne vado altrove.

Non posso forzare all’esistenza ciò che non esiste.

Mi accontenterò delle briciole. Rare, piccole, ma pietre preziose e luccicanti ai miei occhi. Certo non ai suoi.

Sarò una briciola tra tante anch’io. Se questo posso avere, questo prenderò.

Sono così stanca di lottare, mi arrendo. Cedo. Cado.

E’ così liberatorio ammettere le proprie debolezze. Perdere.

Essere forte non fa per me.

Sono una che si delizia nella remissione, nel senso di appartenenza. Il controllo: lo perdo totalmente, mi sento persa e lo rivoglio, voglio perderlo di nuovo.

Un colpo solo, ben assestato, e sono pronta a fondermi in questa orgasmica perdita della mia identità.

 

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Intimisto

“Il tumulto del cielo ha sbagliato momento.”

Matita squagliata, lucidalabbra, mutandine in tinta e calze su calze per non sentire freddo.

Come sempre, ci ricado e voglio solo stare al caldo con la stufa e e le mie lacrime a fumare.

Non me ne faccio una ragione, non è da me farmene. E’ da  me ostinarmi e dannarmi fino a che non mi spacco la testa e anche oltre.  Siamo su pianeti diversi, eppure respiriamo la stessa aria.

Potevo fermarmi tempo fa e andare avanti, ma ho voluto vedere tutto. Nella speranza, vana, che non preservandomi dal peggio potessi rinsavire.

Ho paura di abbandonare la mia ostinazione infantile, di distruggere l’ultima cosa che mi lega ancora a quella meraviglia. Ho paura di dimenticare tutto perché so come va a finire. Va a finire che non rimane niente e che io devo ricominciare. Ancora.

Sono una che non butta mai via niente. Conservo, nel timore che buttando le cartacce se ne vada via un pezzo di me.

Poi, in realtà, è una liberazione. Ma dopo? Tutto quel vuoto da riempire. Non sono ancora abbastanza forte, per creare.

E così resto rinchiusa, mentre tutti intorno corrono. All’impazzata, senza sosta. Un continuo affanno, polvere, fumo.

“Non è l’acqua che fa sbadigliare, ma chiudere porte e finestre.”

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Intimisto

Dispersione.

Posti in cui andare per non stare fermi. Cose da fare per coprire ciò che va sepolto sotto strati di sorrisi di convenienza.

Come sempre, mi disperdo. In disordine e senza criterio. Ma solo così riesco a sentirmi meglio, solo così sento che sono viva e non solo perché soffro.

E solo nell’emergenza, nel toccare il fondo, nel fare schifo e nell’arrancare a un passo da un burrone, reagisco.

E mi riprendo ciò che è mio, perché “se ci pensi, poi la vita è tua”.

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