Eros, Racconti

Abusi di potere.

Non ci vedevamo da tre mesi, durante i quali mi ero fatto sentire sporadicamente e le avevo centellinato la mia attenzione, proponendole incontri più o meno galanti che non avvenivano mai.

Mi stupivo di come lei non perdesse la pazienza, non reagisse, non mi mandasse a quel paese e anzi continuasse a cercarmi e a volermi senza mostrare il minimo disappunto verso quella situazione di cui prima o poi qualsiasi donna si sarebbe stancata. Io facevo il mio gioco, perché non avevo niente da perdere e perché mi divertiva, ma pensavo che presto lei si sarebbe ribellata facendomi sparire dalla sua vita, come avevano sempre fatto tutte.

Con Alice, invece, non successe affatto così. Lei era testarda fino alla patologia, e l’abnegazione sembrava a lei connaturata tanto da apparirle come un atteggiamento normalissimo e scontato.

Solo dopo seppi che questo era l’unico modo che conosceva per relazionarsi agli altri.

Non ci vedevamo da tre mesi, e io ovviamente la portai nella casa dove erano avvenuti sempre i nostri incontri.

Ci sedemmo e iniziammo a parlare del più e del meno e lei accennò al fatto che avrebbe voluto non vedermi più. Tirò fuori dell’erba, e io rollai uno spinello che iniziammo a fumare vicino alla stufetta.

Faceva molto freddo. Lei era seduta sul divano e io per terra. La guardavo. Lei non m’interessava più. La trovavo una persona vuota e priva di slancio ed entusiasmo verso la vita. Ai miei occhi era disgustosamente passiva e apatica e, a dirla tutta, mi faceva rabbia. Era tutto ciò che andava contro il mio essere, quello in cui credevo e che reputavo giusto, sano e degno del mio interesse.

Avevo voglia di picchiarla. Di violentarla e lasciarla lì in lacrime sul divano con il sangue che le usciva dal naso mentre, umiliandosi, singhiozzava di vergogna e pena di sé senza alcun pudore. Per me era una donna spudorata nella sua trascuratezza. Non si nascondeva dietro maschere ma sbandierava la sua abiezione in modo disgustosamente plateale. Avrei avuto voglia di sputarle addosso dopo esserle venuto in bocca, mischiando lacrime, sangue, sperma e saliva sulla sua faccia pulita da santarellina puttana lasciva e inutile.

Era bella, questo non posso negarlo. Si era messa un pantalone largo a quadri e un maglione lungo fino al ginocchio. Si vestiva sempre come una sciattona. Aveva i capelli lunghi, sciolti sulle spalle, lasciate nude da uno scollo a barca che pendeva su un lato, così che da una parte era nuda tutta la spalla e dall’altra si intravedeva solo la clavicola.

Aveva le clavicole sporgenti, e le aveva lasciate nude sapendo che mi veniva duro solo a guardarle. Si portava i capelli su un lato focalizzando la mia attenzione su quell’osso. Portava occhiali da segretaria mancata e i suoi occhi erano sempre tristi, come se dovessero riempirsi di lacrime da un momento all’altro.

Fumava con una certa classe, nonostante l’aria da studentessa liceale annoiata e disillusa dalla vita.

Andai nell’altra stanza a mettere un po’ di musica e quando tornai la trovai seduta per terra. Pensai che mi stesse invitando ad abusare di lei. Ebbi un moto di disgusto. Come poteva una donna tanto bella buttarsi via così e lasciare che io le facessi del male in quel modo? Perché non si alzava da terra, non declamava i suoi diritti e non si difendeva da me urlandomi contro, andandosene via, trattandomi come avrei meritato di essere trattato?

Ad ogni modo, il disgusto che provavo nei suoi confronti mi provocava una forte eccitazione sicché, mentre pensavo a quanto fosse una cagna schifosa e indegna di vivere, nei pantaloni mi veniva duro come il marmo.

Mi sedetti sul divano dietro di lei, aprendo le gambe e poggiando il mio uccello contro la sua schiena. Le scostai i capelli e iniziai a massaggiarle leggermente le spalle, per rilassarla un po’ ma soprattutto per sfiorarle quelle clavicole sfacciatamente in mostra. Lei continuava a fumare e ridacchiava un po’ imbarazzata. Sapevo che non vedeva l’ora che io la sbattessi contro la parete.

Non persi tempo e iniziai a leccarle il collo, le orecchie, le spalle, solo per vederla combattere a vuoto contro la sua anima da filosofa bacchettona che le impediva di cedere subito alla mia volontà.

Non sono mai stato un amante premuroso e attento con lei. Non che io non sia capace di dedicarmi a una donna e di essere generoso, ma con Alice non mi interessava affatto che lei provasse un vero piacere e che fosse pronta ad accogliere il mio cazzo senza farsi male. Mi interessava abusare di lei, della sua fragilità infantile e vomitevole, delle sue lacrime facili, della sua insicurezza, della sua debolezza estrema. E mi piaceva giocare con i suoi sensi di colpa e le sue lotte interiori in cui cercava di capire se recuperare un briciolo di dignità o lasciarsi andare completamente al degrado che la contraddistingueva. Alla fine, aveva sempre ceduto, perché era marcia dentro, schifosa e debole.

Iniziai a spogliarla, e lei me lo lasciò fare. Le massaggiavo le tette e mi arrapavo sempre di più sentendo il suo corpo cedere sul mio, sempre più rilassato, e guardando la sua espressione di godimento che lei non riusciva più a trattenere.

Mi alzai e la sollevai con forza. Lei diventò un pezzo di marmo e annullò qualsiasi forma di partecipazione che non fosse la passività. La toccavo dappertutto e lei era immobile. Guardava altrove con espressione triste e rassegnata, e credo che già in quel momento stesse trattenendosi dal disgustarmi con il suo pianto patetico.

Pensai che sarebbe stata una scopata di merda, con un cadavere per le mani che non accennava neanche a voler muovere la sua mano sul mio uccello. Iniziai a innervosirmi, e le diedi uno schiaffo per farle fare qualcosa. Lei restò impassibile e vidi che aveva gli occhi lucidi.

Mi disse finalmente “No, basta, non mi va” e si sedette di nuovo, e fu a quel punto che la mia rabbia raggiunse il culmine, portando la mia voglia di scoparla oltre ogni limite di sopportazione.

La sollevai di nuovo e la girai sul divano strattonandole un braccio. Appena fu piegata davanti a me lei stessa si protese con le natiche più vicine al mio bacino, mostrandomi quanto in realtà bramasse di essere scopata senza ritegno.

La toccai leggermente per capire quanto fosse eccitata e ovviamente era grondante. Glielo misi dentro senza altri preamboli e iniziai a scoparmela su quel divano dove mi ero fatto altre decine di donne negli stessi momenti in cui lei era stata a casa a piangere e ad aspettare che io mi degnassi di concederle un po’ di attenzione.

Pensare a questo mi eccitò ulteriormente, e la provocai sottolineando la sua debolezza penosa. “Che succede, Alice, non mi avevi detto che non ti andava? Non ti guardi più intorno, non ti ribelli più?”

Fu questo che la fece sentire probabilmente più umiliata di tutto il resto, beffata e presa in giro per la sua debolezza da chi le provocava tanto dolore e sofferenza. In questo misto di sensazioni contrastanti deve aver provato anche della rabbia, perché mi disse “Vaffanculo” con la voce rotta e iniziò a piangere, ma un attimo dopo gemeva di piacere perché io la sbattevo ancora più forte di prima.

Poi si girò a guardarmi, voleva sicuramente vedere con quale faccia tosta io continuassi a cercare il mio piacere attraverso la sua sofferenza. Vedere la sua faccia mi provocò rabbia e disgusto e così gliela schiacciai sulla spalliera del divano, troppo morbida per farle davvero male. Lei continuava a godere. Le misi entrambe le mani attorno al collo e mi ci appoggiai per penetrarla meglio. Appena le tolsi, lei prese la mia mano e se la strinse da sola attorno al collo. Mi fece capire che era quello che voleva gemendo più forte e muovendosi con me. I suoi gemiti di piacere mi eccitavano e mi infastidivano insieme, e così le tappai la bocca, le sputai sulla schiena e continuai a fotterla senza darle tregua.

A quel punto dovevo venire, ma non avevo voglia di venirle dentro o sulla schiena, così la girai di nuovo e glielo infilai in bocca. Le scopai la bocca senza preoccuparmi troppo di soffocarla, e poco dopo la ringraziai spruzzandole il mio sperma sulla faccia, facendole tenere la bocca ben aperta perché le scivolasse sulle labbra e sul mento.

Rimasi a guardarla per qualche secondo. Non era del tutto nuda, aveva ancora il volto rigato dalle lacrime e adesso era anche sporca del mio sperma e mi guardava grata. Mi fece schifo. Mi rivestii, andai in bagno e la lasciai lì. Quando tornai era ancora seminuda sul divano e mi chiese di sedermi accanto a lei. Fumammo ancora insieme e lei mi disse di quanto era noiosa la sua vita in quel periodo, delle cose che faceva per sopportare il vuoto, dei film che guardava, dei libri che, come tutto, iniziava e non finiva, della musica che ascoltava e delle stronzate che scriveva credendo di fare qualcosa di costruttivo.

Alla fine la riaccompagnai a casa e non la cercai più. Fu lei, invece,  a cercare di nuovo me.

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Intimisto

Contatto: Profanare, Tradire, Superare.

Cambio in modo impercettibile.

Non sono una da svolte plateali.

Non si vede. Sembro sempre uguale: circondata dal nulla, vuota, arida e annoiata.

Elaboro tutto ciò che mi circonda e sotterraneamente lo lascio lavorare, perché è inevitabile che sia così.

Analizzo il mio senso di colpa e lo seziono in tante piccole parti per poterne soffrire meglio.

Ammetto di non essermi impegnata, perché non pensavo di doverlo fare. Ho cercato solo di essere discreta e non chiedere niente come faccio sempre, tenendomi da parte per lasciare spazio e tempo per ignorarmi meglio e farmi più male.

Ancora la vergogna e l’umiliazione mi pervadono, e avrei voglia di nascondermi e non uscire mai più.

Ma in fondo un guizzo di orgoglio sale e penso che io, almeno, posso camminare a testa alta.

Io, analitica, auto consapevole, dannatamente cervelluta e brillante, sì che posso farlo.

Chi dovrebbe davvero vergognarsi non ha neanche la decenza di scomodarsi a farlo, troppo preso com’è dal crogiolarsi nel proprio potere.

Il potere dà alla testa.

Non l’avevo mai vista davvero così. Non mi era mai stato così chiaro.

Quanta ingiustizia, quanto spreco.

E ancora quanto spargimento di sé.

Non ne vale davvero la pena. Ma era giusto, mi serviva, degradarmi.

Nulla è lasciato al caso, ogni azione ha il suo perché, ben oltre la nostra voglia di comprenderlo e accettarlo.

[I cambiamenti sono lenti e dolorosi,

ma la scelta di cambiare si fa in un attimo.]

 “La faccia di cemento,

tu parli e io non ti sento.

Io cambio e chi non cambia resta là.”

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Intimisto

Fondi da scavare.

Riesco a dire le cose solo quando non sono più vere. Autocastrarmi è la mia specialità.

“Pensaci anche tu, che più di tanto non si può soffrire”. Non è vero neanche un po’.

Per non parlare dei ricordi da salvare, almeno quelli. Neanche.

Umiliarmi oltremodo sarebbe contrario a ogni carta dei diritti umani attualmente vigente, ma i limiti non esistono e ormai non mi fido più di una fantomatica forza esterna che riporti tutto a posto con il buon senso e la logica.

Qui tutto va a puttane e il peggio deve ancora arrivare, perché né io né altri abbiamo rispetto alcuno e calpestare persone e ricordi è il nuovo sport nazionale. Questa storia delle cose che alla fine andranno bene perché qualcosa mi protegge è sempre stata una bufala. Avrei dovuto scriverlo a caratteri cubitali sulla sponda del letto, che l’infelicità è autoprodotta e che alcune cose fanno male tanto e per sempre e le puoi evitare creandoti qualcosa di bello. Per carità, non sia mai, meglio coltivare sofferenza come muffa.

Qualcuno si diverte a nutrirla e prolungarla. Ci vuole coraggio a tagliare tutti i ponti e ad essere chiari, onesti, aperti. Zac. Sono stata rifiutata. Brutto, ma passa, se non c’è chi muove i fili perché, chissà, magari cambia idea. Grazie, ma nel frattempo di me sono rimaste ossa e cenere e rabbia.

Non è solo colpa mia. Ho bisogno di autoassolvermi per forza. Non sono come mi hanno vista, e se mi avessero amata l’avrebbero capito, ma no, non sono tutti intenti ad analizzarmi con la mia stessa dovizia e profondità. Hanno cose più importanti da fare. Loro vivono.

Il conto, quello salato, lo danno sempre a me. Sono l’unica che regge così tanto senza spezzarsi. Ci vuole forza anche per questo.

Davvero, sono molto meglio di così.

La mia rabbia si trasforma troppo presto in una ferita profonda di tristezza. Mi segno e inaridisco ancora un po’. Incontro chi mi spegne ancor di più e mi consumo. Mi spreco e vado a fondo, è magra consolazione constatare che purtroppo è sempre la merda quella che galleggia.

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