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Narcissus

“L’ho rifatto.”

Eccomi, sono sul letto, sotto le coperte, mi contorco e ansimo. Le lacrime mi seccano la pelle e lasciano segni sulle guance, gli occhi mi pulsano, la testa batte e mi fa male. Soffoco le grida, non ci tengo a scomodare nessuno. Il mio respiro si affanna, poi si placa, poi rincorre qualcosa che non c’è. Mi arrosso. Scoppio, implodo, sto per scoppiare. Perdo ogni freno, ogni decenza. Ora basta, basta.

Mi vedi?

E’ un meccanismo infantile che le vittime si portano dietro. Solo così vengono notate.

So che non ti importa niente di me, so che non mi vuoi bene e che la mia morte renderebbe il tuo mondo uguale a prima, ma l’orgoglio di un salvatore è smosso dall’immagine di una vittima in pena che si contorce sotto le lenzuola.

Un’immagine penosa, non è vero?

E la pena è il massimo che posso ricevere. Pena mista a indifferenza con un pizzico di compassione. Per il resto, ognuno vada per la sua strada. Non c’è tempo da perdere con chi sceglie di stare male, perché se l’è cercata e perché in fondo tutti noi abbiamo un dolore su cui vegliare. Ognuno vegli sul suo e ci risparmi la presunzione della condivisione.

Tutti vogliono aiutarmi. A modo loro, s’intende. Nessuno si prende la briga di chiedermi che cosa vorrei.

Sento blaterare di dignità, orgoglio, darsi da fare e forza di volontà. Mi additano tra le risa, scuotono la testa e mi mostrano la loro delusione.

Non bisogna rendersi patetici, né ridicoli, né lasciarsi andare a pianti facili e di dubbia valenza estetica.

Non bisogna essere deboli, cadere a ogni passo e buttarsi per terra. Basta, prendete la mia debolezza, non sono fatta per avere grandi braccia.

Bisogna ingoiare ogni lacrima, reprimere ogni tentazione di cadere e di perdere i sensi nell’ebrezza della fragilità. Quel magnifico senso di disperazione che è tanto preferibile all’ansia insostenibile del provare a cambiare.

La vedi la mia stanza? E’ così grande, vuota, piena di nulla.

Ci si potrebbero organizzare feste, con gente che entra, ride, scherza, beve, balla, si muove nel mio spazio personale. Ci si potrebbe invitare qualcuno, un uomo, più uomini, si potrebbe scopare in ogni angolo profanando ogni ricordo per godere finché ce n’è la possibilità.

Non vedi come spreco quel che resta della mia giovinezza?

‘Spreco’ è la parola più usata dai miei interlocutori. “Ti sprechi, sei sprecata.”

La mia stanza è vuota e piena di sporcizia. Si respira un’aria di vecchio, di vuoto, di sofferenza anche sui muri e sugli scuri di legno. Quanta solitudine, vecchiaia, tristezza e ancora solitudine. Pena.

So che tutto questo non ci sarà più, un giorno. Tutte queste occasioni non si ripeteranno. Rientrerò in questa stanza che ormai mi sarà estranea e vedrò il letto, la scrivania, il vecchio pianoforte, il balcone da cui entra tanta luce, il pavimento chiaro. Vedrò tanto potenziale sprecato, il mio. Vedrò tanta privazione, tanta sofferenza, tanto buio, tanto freddo. Coperte, coperte, mi servono ancora coperte.

Riapro le ferite per il gusto perverso di rovistarci dentro, come San Tommaso che mette tutta la mano dentro la ferita di Gesù. Le riapro perché non sopporto il vuoto e preferisco disperarmi. Ma ogni volta che lo faccio tutto è più difficile di prima. Distruggo tutto ciò che ho faticosamente costruito, ancora senza alcun rispetto per il mio stesso lavoro. Riapro le ferite e resto a stuzzicarle come in cerca di qualcosa che mi sfugge ancora di capire.

Sono qui, la mia faccia è impresentabile, sono piena di grasso e di cibo e sono in trappola.

Sono sola, consumata, corrotta, disperata. Non afferro vie d’uscita. Urlo sottovoce.

Non mi vedi? Non hai nessuna voglia di prenderti cura di me?

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