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“Vivere è non pensare.”*

–          E così le persone dimenticano.

Mi disse così lo Zarathustra mentre io ancora mi contavo le cicatrici sul braccio tumefatto.

Le persone dimenticano, perché vivono e agiscono e “si perdono per le strade del mondo”. Non restano fedeli al ricordo, al fatto, all’istante, al bello, al passato.

La memoria non è il loro Mefistofele eternizzatore.

Le persone che dimenticano sono quelle che sopravvivono.

Quelle che restano in superficie senza addentrarsi nei vicoli bui dello spessore vanno avanti più di tutte.

Solo Funes resta fermo, impantanato nel ricordo rituale e ripetitivo e fine a se stesso. E non può più imparare. E’ così pieno di nozione, di informazione, di ricordo, che non ha più spazio per il nuovo, per l’adesso, per il di là da venire. Funes muore, si spegne lentamente nella disperazione e non è lui che va avanti, non è lui che vive, non è lui che vince, nonostante sia tecnicamente il migliore.

Per quanto possibile, anche io – oggi – mi attivo per dimenticare di essere stata dimenticata. Ma ho terrore della fine dell’attività, so della labilità e della contingenza, conosco a memoria l’altalena dell’umore, l’andirivieni del pensiero rituale. Mi sforzo, con tutta me stessa, di spostarmi tutta da un lato, per fermare il circolo, la ripetizione, l’oscillare continuo. E’ violazione, violenza, snaturamento, corruzione, ma anche istinto di sopravvivenza. Di vita, dove “vivere è non pensare” e “si è lucidi come se non si esistesse”.

 

“È la condizione più ingiusta del mondo, stretta, ingrata verso ciò che è passato, cieca ai pericoli, sorda agli avvertimenti, un piccolo vortice vivo in un mare morto di notte e di oblìo: e, tuttavia, questa condizione – non storica, antistorica da parte a parte – è la radice non solo di una azione ingiusta, ma più ancora di ogni azione giusta: e nessun artista conseguirà la sua effigie, nessun condottiero la sua vittoria, nessun popolo la sua libertà, senza averle prima bramate e desiderate in un tale stato di non storicità. Come colui che compie le azioni è, secondo la definizione di Goethe, sempre incosciente, così è sempre anche privo di nozioni; egli dimentica la maggior parte delle cose, per fare una cosa sola, egli è ingiusto verso ciò che si trova prima di lui, e conosce solo un diritto, il diritto di ciò che deve ora divenire.”**

“Mi disse: – Ho più ricordi io
da solo, di quanti ne avranno avuti tutti gli uomini messi
insieme, da che mondo è mondo -. Anche disse: – I miei sogni,
sono come la vostra veglia -. E anche: – La mia memoria,
signore, è come un deposito di rifiuti -. (…) Ireneo aveva diciannove anni; era nato nel 1886; mi

parve monumentale come il bronzo, ma antico come l’ Egitto,
anteriore alle profezie e alle piramidi. Pensai che ciascuna delle
mie parole (ciascuno dei miei movimenti) durerebbe nella sua
implacabile memoria; mi gelò il timore di moltiplicare inutili
gesti.
Ireneo Funes morì nel 1889, d’una congestione polmonare.”***

“L’ansia di capire, che per molte anime nobili sostituisce l’ansia di agire, appartiene alla sfera della sensibilità. Sostituire l’intelligenza all’energia, rompere l’anello fra la volontà e l’emozione, spogliando d’interesse tutti i gesti della vita materiale: questo vale più della vita, che è così difficile da possedere completamente e così triste da possedere parzialmente.”*

* “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” – F. Pessoa

** “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” – F.W. Nietzsche

*** “Funes, o della memoria” da “Finzioni” di J.L.Borges

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