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Teresa ha gli occhi secchi.

Teresa era magra, fine, eterea, con la pelle chiara. Aveva lunghi capelli che le scendevano sulla braccia e portava sempre vestitini larghi, floreali, leggeri, e sorrideva. Io me la ricordo così.

Mi ricordo delle passeggiate, in primavera, nel parco.

Ci sedevamo sul prato e lei, per giocare – o per nervosismo, non saprei – prendeva un filo d’erba e si metteva a torturarlo tra i denti. Si guardava attorno serena – o almeno così mi sembrava – e guardava divertita le persone che passeggiavano, le famiglie coi passeggini, i bambini che correvano e si sbucciavano le ginocchia.

Io, in silenzio, la spiavo. Lei rideva, io mi sentivo bene.

Un giorno, per spiegarle quanto mi piaceva stare con lei, le avevo detto: “Tu ridi, e io mi sento bene.”

Alcune volte, mentre era lì seduta sull’erba e guardava lo spettacolo attorno, in silenzio tiravo fuori la macchina fotografica e le scattavo qualche foto. Lei si imbarazzava sempre un po’, ma diventava ancora più bella.

Mi piaceva il suo viso, così severo, ma al tempo stesso così gentile. Mi piaceva il fatto che alle volte, quando rideva, le si formava una fossetta sulla guancia. Ma non accadeva sempre. Quando succedeva, io ero lì ad assistere a quel fenomeno stupendo, e mi sentivo fortunato, parte di qualcosa di indescrivibilmente bello. A volte stavo fermo ad osservarla, nell’attesa che la cosa avvenisse, e nell’istante del sorriso la guardavo grato e le sorridevo anch’io.

Poi, quando rideva, le cambiavano gli occhi: ridevano anche loro. Non tutti riescono a parlare con gli occhi, Teresa sì; stava lì zitta zitta ma, se la guardavi, ti diceva sempre tante cose. Io, almeno, gliene vedevo dire tante.

Il punto è che Teresa non parlava mai. Qualche volta, per comunicarmi qualcosa di davvero importante, mi faceva dei gesti che, con il tempo, ho imparato a capire. Ma la gran parte delle volte le bastava guardarmi per dirmi tutto quello che doveva.

Poi, quando eravamo nel parco, a volte, mi guardava fisso fisso, con quegli occhi profondi, che mi gelava, e poi iniziava a correre. Io dovevo rincorrerla e acchiapparla, e lei si divertiva come una matta, e qualche volta correva così forte che anche lei cadeva e si sbucciava le ginocchia, ma allora rideva ancora più forte. Rideva senza suono, ma lo vedevi che rideva tanto, lo capivi se ridacchiava, se rideva a crepapelle o se invece sorrideva timidamente. Ma lei non era quasi mai timida. Il suo era un sorriso aperto, radioso, luminoso, sfacciato, bellissimo.

Una volta, però, è successo che ho avuto paura.

Quel giorno, gli occhi di Teresa erano tristi, secchi. Il suo volto radioso e luminoso era mutato a una bellezza nuova, diversa; non minore, ma autunnale, malinconica, triste.

Non sembrava divertita dai giochi dei bambini attorno a lei, ma più interessata ai giochi di luce che faceva il sole nella pozzanghera in lontananza.

Capivo dai suoi occhi che non era serena, ma per la prima volta avrei voluto, davvero, che mi parlasse.

In fondo, io e Teresa eravamo sempre riusciti a capirci senza il bisogno di parlare. Usavamo un linguaggio comune, ma era successo che io, abituato a dire parole, a fare lunghi discorsi per farmi capire, a scrivere lettere d’amore, lettere per spiegarmi, lettere perché non ero mai riuscito a reggere gli sguardi quando dovevo dire cose importanti, mi ero adattato – sforzandomi il più possibile di farlo per il meglio – al suo linguaggio madre, quello degli occhi, e qualche volta dei sorrisi e dei gesti. Ma sentivo, adesso, che non era stato abbastanza. E’ come quando impari una lingua nuova e, per quanto puoi impararla bene, difficilmente e solo dopo tanto tempo riesci a sentirla tua, a pensare con quella, a masticarla come chi l’ha sentita fin da bambino. Come chi si è affacciato al mondo e all’altro con quella, ha imparato a nominare gli oggetti, si è sentito rimproverare, ha sentito i propri genitori litigare e fare l’amore, ha fatto i capricci, ha urlato, pianto, preteso, chiesto, sempre con quella.

Guardai documentari, lessi libri, andai a incontri per i familiari, per capirla; per poter essere, comunicare e vivere come lei. Smisi di parlare. I miei occhi non esprimevano neanche un decimo dei suoi. E quando ero triste, quando stavo male, quando soffrivo, non resistevo più di qualche ora o giorno: poi, dovevo parlare. Ne avevo bisogno! Ero così, di una natura diversa dalla sua. Di una natura tale che non era possibile colmare quello scarto in nessun modo.

Alla fine, divenni pazzo. Volevo capirla, volevo sapere e comprendere tutto di lei. Essere  nei suoi sorrisi, nei suoi pensieri, nei suoi momenti bui, nei suoi sogni e nelle sue mani. Quelle mani alle volte così nervose, così  sottili..chissà cosa voleva dirmi, poi, con quelle mani.

I miei amici mi diedero per matto, quando staccai definitivamente il telefono perché non volevo parlare loro senza guardarli negli occhi. O meglio, volevo parlare loro esclusivamente con gli occhi!

Mia madre piangeva, diceva che non ero più suo figlio, si chiedeva dove avesse sbagliato con me, per aver fatto sì che io, un tempo sempre chiacchierone, con la battuta pronta, con l’ultima parola ,ora mi ero chiuso in un mutismo apparentemente inspiegabile.

Mio padre diceva che facevo così perché lavoravo troppo, che dovevo uscire, vedere gli amici, divertirmi, distrarmi. Mia sorella mi prese un appuntamento con uno psichiatra, il quale tentò di farmi parlare della mia infanzia, invano perché io non aprii bocca.

In tutto questo, nessuno pensò neanche lontanamente che, semplicemente, ero folle d’amore e di frustrazione, e io mi sforzavo di dirlo con gli occhi, ma era inutile: nessuno sembrava neanche sospettarlo.

Con Teresa ci guardavamo fisso. Lei rideva dei miei tentativi goffi di imitarla, e mi diceva, sempre a modo suo, che ero pazzo e che dovevo smetterla.

Ma non smisi e non ho smesso mai, neanche adesso che lei se n’è andata via.

Spero sempre che un giorno potrò tramutarmi in una natura simile alla sua, che potrò parlare senza dire una parola anch’io.

Voglio avere due occhi al posto della bocca.

Voglio smettere di dare un nome alle cose, alle emozioni, alle sensazioni, ai sentimenti, ai giorni. Smettere di riempire i fogli di lettere e il silenzio con i suoni, di sussurrare, di urlare, di coprire i battiti e i respiri e le danze, i cori, i cinguettii, gli scrosci d’acqua.

Voglio smettere di articolare fastidiose nenie, di dire cose che si potevano evitare.

Voglio, in compenso, vedere tutto, osservare, registrare, capire e ripetere senza dover tradurre in parole.

E’ un esercizio che mi sta insegnando ad ascoltare, a guardare, a comprendere le cose, le immagini, i suoni ed i colori.

Voglio che Teresa, ovunque si trovi e se dovesse mai tornare, possa guardarmi come se volesse dirmi: “Finalmente mi vedi anche tu, come io vedo te.”

E questa storia è l’ultimo flusso di inutili parole che voglio pronunciare.

Da questo momento, non ne dirò più.

 

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