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Finisterrae.

Arrivammo nel punto in cui si era interrotta la nostra vita.

La casa era stata venduta, e adesso ci andava in vacanza una famiglia di cattolici arricchiti, a sgranchirsi le ossa, a godersi il sole, il mare, il vento e a respirare i nostri ricordi.

Non era cambiata molto: era rimasta la scala con il cancelletto che la mamma chiudeva sempre e che noi scavalcavamo, il balcone da cui ci lanciava l’asciugamano, la finestra della cucina da cui emanava sempre odore di buono quando tornavamo stanchi e sudati e con i capelli bagnati.

Io e Sara eravamo andati, come ogni anno, a ricordare e celebrare, a rivivere e onorare, cose che lei soprattutto faceva con la massima solerzia e devozione.

Io, invece, da un po’ di tempo oramai lo facevo controvoglia. Le prime volte mi era sembrato bello, giusto, necessario, inevitabile. Adesso, che ero adulto, che le cose erano cambiate, che volevo andare avanti, mi sembrava tutto un rito inutile, macabro, dispendioso, insomma una perdita di tempo. Ma nella nostra famiglia ricordare era un imperativo insindacabile e a cui non si poteva sfuggire. Nostra madre ci faceva ripetere a memoria le mitzvòt e ho sempre pensato che anche quello fosse un modo per avere sempre qualcosa da ripassare in mente per non poter mai pensare a qualcosa di nuovo, pulito e completamente inedito.

Ho sempre sentito in casa una feroce ansia di ricordo, quasi una paura di dimenticare. Sentivo che mia madre si affannava a scrivere, fotografare, riporre al giusto posto ogni momento, ogni piccolo evento bello o brutto, perché non andasse perduto tra i tanti altri e avesse un suo posto speciale in un quaderno, un albo, un contenitore sicuro e protetto dall’erosione del tempo e dalla deformazione della memoria. Come un cane che divora il suo cibo perché ha paura di morire di fame, mia madre ingurgitava ricordi per paura di restare da sola.

Sara ha ereditato la stessa paura, e ogni volta che ci vediamo mi parla di quel giorno. Ricorda perfettamente ogni momento, ogni dettaglio di quella giornata che segnò il nostro passaggio all’età adulta. Non risparmia niente, non si difende ma piuttosto desidera essere ricoperta da tutti quei momenti terribili che non abbandona mai e che ovunque porta con sé.

Io, ora che eravamo lì come sempre a ricordare, confessai finalmente a Sara di essere stanco di portare con me ogni giorno quel peso. Le dissi che per me i ricordi erano diventati un fardello troppo grande, qualcosa di cui adesso volevo liberarmi, per poter spianare l’orizzonte e costruire sul vuoto qualcosa di nuovo, robusto, solido e bello. Le dissi che rivivere ogni momento con la stessa passione, la stessa rabbia, lo stesso risentimento e la stessa disperazione era qualcosa di impossibile da sostenere, ma soprattutto qualcosa che non ci avrebbe portati a niente se non a logorarci fino a morire del tutto anche noi. Adesso volevo smettere di riportare alla mente, smettere di celebrare, di rivivere, ma solo comprendere e mettere da parte.

Tentai di farlo quel giorno spogliandomi di tutto. Mi tolsi le scarpe, i vestiti, il cappello e buttai tutto via, dove era finita nostra sorella quel giorno e dove avrei voluto che finisse tutto adesso.

Sara non volle seguirmi, restò ferma a guardarmi come se stesse perdendo un altro fratello. Pensai che stesse registrando anche quel momento e che quel giorno da adesso lo avrebbe portato con sé raddoppiando il suo peso e abbassando ancora di più le sue spalle già stanche.  

 

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2 thoughts on “Finisterrae.

  1. Ma come funziona? Hai scattato la foto e ti sei immaginata la storia? O forse – così è più bello – Hai scattato la foto, loro ti hanno vista, ti sei avvicinata, ti hanno chiesto cosa facessi, hai chiesto loro la stessa cosa, ti hanno raccontato la storia, hai chiesto il permesso di pubblicarla, hanno accettato e ti hanno invitato a mangiare due latke a casa loro? ^_^

  2. 😀 Aha, no. Ho partecipato a una mostra di foto-racconti in un caffè letterario a via Tribunali, e ho adottato questa foto, da cui ho immaginato la storia! Però mi hai ricordato che devo scrivere il nome del fotografo! 🙂

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