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Legàmi.

Generalmente quando ho a che fare con persone da cui vorrei essere apprezzata tendo a tirare fuori il peggio di me. In questo modo testo subito la loro reazione che, ovviamente e comprensibilmente, è quasi sempre la fuga immediata.
Ma, anche se non sembra, qualcuno da qualche parte rimane. Qualcuno che conosce le cazzate che ho fatto (be’, non proprio tutte), una peggio dell’altra, una dietro l’altra, che ha sopportato le peggiori cose e mi dice comunque che mi vuole bene.
Queste persone le trovo dove non ho pensato di cercarle, o dove ho sempre pensato di trovare astio e disprezzo. Non sono quelle con cui parlo più spesso, ma sono quelle che sanno quanto posso essere un problema.
L’ansia di capirsi, l’ostinazione, dovrebbero salvare ogni rapporto d’affetto.
Nella peggiore delle ipotesi, per ogni (sindrome da) vittima c’è da qualche parte un aspirante salvatore. Anche se rimane il bisogno di gesti eclatanti per facilitare la comunicazione con i sordi.

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Ansie e rassicurazioni.

Sono evidentemente un disastro totale.

E ogni situazione semplice e potenzialmente piacevole, che si trasforma ovviamente in un incubo, mi diventa infine tollerabile solo quando penso “Finirà”. 

Anche questa settimana finirà, anche questo mese finirà, anche quest’anno finirà, anche questa vita finirà.

E non è questa gran consolazione.

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Intrusioni.

Una delle mie paure ossessive più frequenti è sempre stata quella di esaurire le energie e ritrovarmi senza forze in momenti importanti, belli, unici, irripetibili.
Allora, manie di controllo, perfezionismi senza possibilità di perdono o compromesso, rituali intrusivi, pensieri ridondanti.
Quindi, niente di eclatante, niente di esplosivo, niente per cui si possa dire “Ora ti aiuto io”, ma piuttosto un fastidio continuo, costante, latente, rumoroso solo all’interno, capace di restare al suo posto.
Il dottor C. diceva che le energie si rinnovano con l’uso, che la mia paura era infondata.
Che il controllo è un’illusione, e immaginare ciò che non è ancora è sprecare energie a esercitarsi per la vita ponderando ciò che c’è al di là del salto, le stesse che andrebbero usate per lo spiegamento delle vele.
Ma vorrei potergli dire che la paura di ritrovarmi nel deserto, di vivere una carestia, la paura di morire di fame e di perdere il controllo, quella non se n’è andata mai.

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