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“Perfection is terrible, it cannot have children.”*

Va bene, va bene, ho fatto un disastro.

Sono andata dal medico.

Mi estraneo dal mio corpo come se fossimo due persone diverse. Ecco trovata la spiegazione di tutto. Voilà.

La cosa fondamentale è che ognuno dei miei mali sia sempre un circolo vizioso, qualcosa che ha una soluzione che ricrea a sua volta il problema. Perché se no sarebbe tutto troppo semplice, lineare, poco divertente. Mi rendo conto.

Allora mi dovrei dire: dal momento che la soluzione non esiste e che la cura è solo una tela di Penelope nell’attesa di qualcosa che non verrà mai, e ripeto mai, e sottolineo mai, e dovrei cominciare a farmene una ragione, perché non vivo questa vita qui, proprio questa, così disastrosa, con questo corpo così malfatto, così distrutto e difettoso, perché non gli faccio fare tutte le cose che non fanno i manichini di Monaco?

Perché anche se non me lo sono scritto con l’inchiostro sulla pelle è come se l’avessi fatto, che tutte le cose sono vane, tutte, inutili, prive di valore, al cospetto di ciò che è perfetto, di ciò che non esiste, di ciò che aspetto e che non verrà mai.

Esercizi per la vita, eccetera, eccetera, eccetera.

Niente di nuovo sotto il sole, giammai.Image

*”The Munich mannequins” – Sylvia Plath

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Dysphorìa.

Sono dotata di una spiccata propensione al dramma. Ma questo si sapeva già.

Quando le cose vanno male, non riesco ad arginare il danno e prendermi ciò che di buono si può ancora prendere, ma piuttosto continuo a scavare fino a che le unghie e i polpastrelli non mi fanno male. 

Un pezzetto di pane, una fetta di pane, mezzo chilo di pane, una busta di biscotti.

Un dettaglio fuori posto, un materasso scomodo, una parola al momento sbagliato, una notte insonne.

Non riesco proprio a mantenermi in equilibrio, a soppesare le reazioni, a pensare a domani e non a come smaltire tutta la rabbia adesso. 

Momenti di vite diverse si succedono in una sola giornata, persone diverse, corpi diversi, come se niente fosse mai stato prima dell’attimo terribile che sto vivendo ora.

Cerco di dare un senso al tutto ma non c’è. Un anno, due anni, dieci anni, tutto si sarebbe potuto fare in un momento. Recupero, poi mi distraggo e ricado all’indietro. La pancia gonfia, il mal di testa, le 5 del mattino, la cioccolata.

Non può essere sempre una tela di Penelope. Lo è. Convivere con questa cosa è accettare che ci saranno rari momenti belli – rovinati dall’ansia di doverne approfittare – e molti momenti orrendi in cui tutto mi sembrerà impossibile. Aspetterò il mio quarto d’ora di gloria e poi di nuovo giù. E già saprò cosa mi aspetta. Ma continuerò a sperare che un giorno tutto finirà. E la speranza è il male più grande, il peggiore che mi potesse mai capitare. Quello che mi conserva, quello che mi tiene ferma, quello che non ci dovrebbe mai essere. 

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