Intimisto, Racconti, Seghe mentali

Sulla morte de ‘O Barone.

Da quando è morto il Barone tutti dicono che gli volevano bene, un sacco di bene. Al funerale c’erano pure il sindaco, il fratello, le figlie, gente che piangeva, gente che leggeva cose e portava testimonianze, gente che applaudiva alla bara. Tutti parlavano di scelte e di libertà. Tutti dicevano che “Purtroppo, certe persone scelgono di fare questa vita”. Io per tutto il tempo ho provato vergogna per chi era lì e ho pensato a quanto sarebbe stato più dignitoso stare in silenzio. Ho pensato a quante volte si scambia la malattia per libertà e al fatto che crediamo di voler bene a delle persone che in realtà per noi sono solo oggetti d’arredamento o rassicurazioni che ci fanno sentire migliori. Ora la gente sente la mancanza del Barone perché era rassicuratorio vederlo steso sulle scale ubriaco di Tavernello: il clochard aumenta la coesione sociale perché ti ricorda come finisci se non rispetti certe regole e i ragazzini alternativi lo ammirano perché credono che dormire per strada e farsi il bagno nella fontana col vomito dei punkabbestia, non dover andare a lavorare e non avere un tetto sopra la testa sia la libertà.
Io non credo alla libertà come valore assoluto e credo che la volontà sia sempre condizionata, e credo che certe persone – che non sono in grado di reggere il peso dell’esistenza quanto altre – andrebbero prese per i capelli affinché non esercitino la propria libertà di auto-distruggersi o di distruggere il prossimo.
Tutti gli volevano un gran bene, però il Barone, che adesso ha preso forma e contorni precisi smontando le storie inventate e si chiama Antonio Varvella, è morto per una disfunzione multiorganica perché dormiva solo al gelo e sotto la pioggia, ed è stato tre giorni ricoverato in ospedale da solo e c’è voluto un po’ di tempo prima che trovassero la famiglia da avvisare.
Io non ci ho mai parlato, per me aveva il fascino dello sconosciuto di cui immaginavo storie. So che diceva che il cibo è comunicazione e che nella sua valigia c’era l’amore per una donna, che quand’era piccolo gli facevano “e’ current” e so che inveiva contro i ragazzini che lo umiliavano quando parlava da solo sulle scale del Gesù e puzzava di vino.
Di tutti gli interventi pubblici, mi è piaciuto solo quello di una ragazza che ha letto delle parole che lui le rivolse un giorno, e alla fine recitavano “Io non ci credo, che torni.”
Se dovessi pensare a un eroe (o a un anti-eroe) non penserei né a san Francesco né a Don Chisciotte ma penserei a Treplev de “Il gabbiano” o al Federico di Prussia di Thomas Mann, ammirato e apprezzato e circondato da tanti “Che bravo, ma che peccato, quanto spreco” e “Che ci vuoi fare, ha scelto così, bisogna rispettarlo”, e però mai una mano che si tenda, un’imposizione affettuosa, e poi il gelo, il vuoto attorno e, alla fine, la morte.

“Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.” (Dino Buzzati)

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