Intimisto

Madre.

Per quanto mi riguarda, tutto è sempre stato quasi esclusivamente privazione. E, ad ogni repressione, una dissonanza cognitiva, una piccola nuova nevrosi, un altro peso enorme da portare sulle spalle. Non c’è limite di carico ed è questo che dovrebbe far paura.

I gesti eclatanti, cadere per strada davanti a tutti, non funzionano più.

Guarire è: smettere di fare resistenza, arrendersi, saper chiedere aiuto con parole chiare e semplici; abbandonarsi, affidarsi e lasciarsi nutrire. Sapere dire “Ho bisogno di questo” e andarselo a prendere, o almeno provarci. Smettere di dubitare continuamente dei propri slanci, imparare a riconoscere la fame e ad assecondarla. Sapere dire “Ora – ti prego – io scendo, guida tu”.
Ad ogni piccolo cedimento un piccolo senso di sollievo, un muscolo che si rilassa, un pezzetto di cielo che si rischiara, un piccolo accenno di fluidità nel pensiero.

Forse curarsi sarebbe stata una buona idea.
Ma, mi rendo conto, non si può formulare una preghiera se prima non ci si accorge di esistere, se prima non si sa accettare di fare rumore e di occupare dello spazio e non si sa riconoscere di esserne degni.

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