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La cura.

I segni dell’incuria in cui mi trascino lasciata a me stessa sono permanenti e ben visibili sotto i miei occhi. Le cartoline di Mucha tutte attaccate l’una all’altra con l’adesivo, le mie preferite, tutte rovinate, maltrattate e strappate. I libri tutti pieni di pieghe, sporchi, rovinati. Al centro de “La filosofia nell’epoca tragica dei greci” campeggia una macchia rosa, forse di ceretta, e la cosa mi riempie di vergogna più di tutto il resto. Guardo ‘sta macchia e mi viene la stessa rabbia che mi viene a pensare allo spreco di tutto, e la domanda ridondante che viene fuori e che ha sempre paralizzato i miei gesti è sempre “Come ho fatto?”. 

Mia madre mi ha aperto gli scatoli e ha trovato un sacco di carte e cartacce, me le ha messe tutte da parte e mi ha detto di selezionare le cose da buttare. La cosa non mi ha dato fastidio come avrebbe fatto un tempo. Desidero la sua invadenza, come desideravo essere nutrita e protetta dopo un lunghissimo periodo di privazione e digiuno. Protetta da me stessa, ovviamente.

Sono contenta di avere qualcuno tra i piedi, di potermi sedere a tavola con loro guardando la tv, di commentare le notizie del telegiornale, di ascoltare la musica di mio padre, di prendere in giro mia mamma, i suoi sassi dipinti e gli origami, di essere disturbata, non lasciata mai sola, di essere redarguita, corretta. Sono contenta che qualcuno mi controlli, che mi tenga in vita.

Ho mangiato una pasta di mandorle davanti a tutti, ho impastato con le mani il casatiello, sporcandomele tutte di uova, farina, lievito madre e zucchero. E’ così liberatorio per me accettare di avere bisogno degli altri.

Ci siamo sedute al tavolo e io ho selezionato le cartacce. Fosse per me, non butterei mai niente per paura di perderlo per sempre. E’ evidente che non so ancora riconoscere ciò che mi serve, ciò che mi fa bene, ciò che devo lasciare andare via.

Mia madre mi ha detto: “Tu sei fatta così, non hai cura delle cose, le maltratti”, poi ha aggiunto – con quella sua tendenza, che ho ereditato, a fare annunci estremi ed azzardati – “Ma vabbe’, io ti accetto così”. Ho riso, beffardamente, della sua ingenuità, ma lei ha aggiunto: “Mi basterebbe che non maltrattassi te stessa” ed il sorriso sulle mie labbra si è deformato lentamente da un lato.

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