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Nodi.

Da un po’ di tempo, precisamente da quando ho dovuto cambiare habitat, sono assalita da una serie di rivelazioni epifaniche violente, che mi rendono tutto chiaro davanti agli occhi anche quando non vorrei.

Così, a fronte di sintomi sempre più invalidanti, ho deciso di provare a sciogliere dei nodi.

Non è così scontato: si può vivere una vita intera con una serie di nodi addosso. Non esiste un limite di sopportazione, si può sempre trovare un modo nevrotico per reggere e per portare avanti un’alienazione. Questo pensiero mi atterrisce, come mi atterrisce pensare a quanta responsabilità abbiamo in quella che è l’effettiva direzione che il nostro stare al mondo prende, e quanto ogni singolo gesto può virarla da una parte o dall’altra senza che niente e nessuno lo impedisca.

Sono più di dieci anni che, a fasi alterne e con continui abbandoni del percorso, entro ed esco da questo reparto con le pareti di plastica rosa salmone.

Ci vengo vestita ogni volta in un modo: con 20 chili in meno della norma, con l’esofago rotto, con le braccia sfregiate, con le lacrime agli occhi, con nuove storie di nevrosi, di ridondanza, di dipendenza.

Mi sento ridicola.

Mi accanisco a cercare di identificarmi in un disagio nuovo come se volessi raggiungere uno status privilegiato. Mentre aspetto faccio il giro del reparto e respiro a pieni polmoni aria di psicosi. Mi sento inadeguata.

Al ritorno dal mio giro, mi dicono che il dott. C. è andato in riunione.

In un attimo, mi sento come se sotto i miei piedi non ci fosse più terreno. Mi arrabbio e penso “Me ne vado e non torno mai più.” Poi temporeggio, e alla fine decido di rimanere e di parlargli proprio di questo.

Quando gli dico del mio senso di inadeguatezza nel reparto e della conseguente paura di essere lasciata a me stessa glielo dico ridendo, abbassando la voce, mangiandomi l’ultima parola così che poi devo ripeterlo, scherzandoci su perché la trovo una cosa ridicola, sminuendomi perché è l’unico modo nel quale sono capace di parlare di me. Glielo dico nello stesso modo in cui dico quello che mi piacerebbe o che cosa provo quando qualche volta mi viene chiesto. Lo dico come a dire “Va bene, io te lo dico, ma figuriamoci. Anzi scusami, se esisto.”

In realtà, nonostante il grottesco, c’è veramente ben poco da ridere.

Vado all’università e vedo un tizio che conosco che sta facendo il dottorato. Mi sento a disagio. Mi prende l’impulso di andare via. Ma decido di rimanere e fare ciò che devo fare.

Vado anche a un casting. Ci sono tutte le ragazze, i fotografi e gli operatori. Mi sento ridicola e penso “Me ne vado”. Non mi limito a pensarlo, sento l’impulso di andarmene, sento che è l’unica cosa sensata da fare per evitare di ricoprirmi di ridicolo. Ma anche in questo caso decido di rimanere, come se fosse una cosa normale.

Mi ritrovo anche a dover affrontare un discorso sui miei sentimenti. Anche qui, vorrei solo non rispondere al telefono, non uscire, sparire, seppellirmi sotto una serie di coperte, non farmi vedere mai più neanche per sbaglio. Ma rimango. E parlo.

In tutti i casi in cui decido di rimanere, non succede niente. Non mi escono delle bolle sulla fronte, non inizio a gonfiarmi come una mongolfiera e a cambiare colore, non crollano le pareti attorno a me. Nessuno mi addita tra le risate dicendomi “O mio dio, con quale faccia ti presenti qui?”. A dirla tutta, non mi sembra che a qualcuno freghi davvero qualcosa che io sia lì o meno. Sicuramente nessuno mi trova davvero ridicola, goffa, fuori luogo, inadeguata e non all’altezza quanto mi percepisco io.

E, a rimanere, sono tutti nodi nella pancia che si sciolgono.

A rimanere, accetto di fare rumore e di occupare dello spazio. Accetto di esserci e di avere diritto a prendermi qualcosa.

Mi sembra che succeda più o meno come quando viene a casa il giovane tecnico del telefono. Scende le scale mentre sto suonando il piano e mi chiede di fargli ascoltare un altro pezzo. Io gli sorrido, lo faccio ma mi inceppo di continuo e, se non lo si sente dalla musica, lo si vede dalla mia faccia. Alla fine gli dico “Vabbe’, ho fatto un sacco di errori.”. Lui ha il volto estasiato, ride e mi dice “Io veramente non li ho sentiti proprio.”

A un certo punto, anche io stessa ho un enorme sprazzo di lucidità, guardo gli altri e li vedo come me. Due occhi, un naso, una bocca, due braccia e due gambe. Io non sono meno bella, non sono meno intelligente, non sono meno capace nelle cose che mi sarebbe piaciuto fare. Eppure per me è sempre stata una certezza scontata. Mi chiedo il perché finalmente con rabbia.

Mi arrabbio con me stessa per non aver affrontato prima tutto questo.

In realtà pensavo di averlo fatto, solo perché allontanandomi da ciò che mi affossa riesco a camminare eretta e guardando dritto davanti a me.

Ma mi basta davvero poco per tornare a curvarmi e a guardare per terra.

Mi concentro, ancora, su tutti gli anni sprecati ad analizzare e a parlare al passato come se fosse sempre troppo tardi, come se fossi morta, mentre adesso mi accorgo che sono ancora viva. Mi rendo conto che tutta la mia analisi, così faticosa, si è fondata su presupposti sbagliati. Tutto crolla e io mi ritrovo tra le mani sabbia che scorre.

Da quando mi è chiaro tutto questo, mi sveglio con il terrore che ogni cosa o persona che tocco mi abbandoni. Cammino incessantemente per placare il respiro affannato, mi sento piena, gonfia e con un continuo groppo alla gola. Qualche volta mi misuro per rassicurarmi. Strizzo gli occhi e scuoto la testa in uno scatto per scacciare qualcosa che comunque non posso fare a meno di ascoltare.

Mi attacco a questo movimento come all’ultimo appiglio alla vita. La possibilità di perderlo per cedere di nuovo a una quiete alienata mi getta nell’angoscia.

Il dott. C. mi dice che più che arrabbiata per non avere sciolto i nodi prima, dovrei essermi grata per aver deciso di farlo. Mi dice che il mondo è pieno di alienazioni che, non affrontate, si cronicizzano senza speranza.

Mi sforzo di dargli ragione senza effettiva convinzione. Gli dico che ho paura di non riuscire mai a crederci, che so che anche se dico sì poi torno a casa e penso di nuovo no. Cerca di spostare il mio sguardo su quello che c’è, mentre io lo porto inevitabilmente su ciò che manca, perché è così che sono abituata a fare, con la stessa naturalezza che ho nel mettere il piede destro davanti al sinistro quando cammino. Il mio atteggiamento è talmente radicato che cercare di cambiarlo è come cercare di vincere a braccio di ferro con uno affetto da ipertrofia muscolare. E così faccio uno sforzo continuo. Cerco di reimparare a camminare. Non è presto, ma mi ripeto che non è tardi. Cerco di ascoltare. Tutto ciò che sento non può essere peggiore del non sentire niente.

E poi cerco di cancellarmi dalla pelle quella scritta che dice “Omnia vana sunt, donec veniat quod perfectum est” e scrivo:

“Chi non sa sedersi sulla soglia dell’attimo, dimenticando tutto il passato, chi non sa stare dritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai cos’è la felicità e, ancora peggio, non farà mai qualcosa che renda felici gli altri.”  

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Vecchi difetti – cap. ciclico.

Tutti i progetti iniziati e non finiti generano ansia, spreco di energie e nessuna gratificazione. Alla fine mi riportano a casa, dove tutto è cominciato.
Così, in una bella giornata di sole, mi lavo la faccia, mi metto la mia maglietta preferita, mi trucco, mi pettino, mi metto pure la collana e gli orecchini che non c’è niente male. Poi escono tutti, mi preparo da mangiare tutto quello che finora ho tenuto lontano. Bevo acqua calda e vomito.
Un po’ come Machiavelli prima di mettersi a studiare.

“Tu quietami i pensieri e le mani, in questa veglia pacificami il cuore.
Così vanno le cose e così devono andare.”

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