Intimisto, Seghe mentali

Confini.

Diffido delle persone che vivono la vita danzando ovunque e sulle note di qualsiasi musica. Che dicono che la vita va vissuta in maniera autentica, rilassata, al di fuori degli schemi precostituiti. Che ripetono continuamente “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Che ti hanno appena conosciuto e ti chiamano “amore” o “tesoro”, che ti abbracciano, che ti toccano. Che ti offrono da mangiare e da bere e che parlano di condivisione. Che si presentano elogiando se stesse e dicendo “Sai, sono un ragazzo molto sensibile. Ho salvato un gatto dalla strada e ho pianto quando ho dovuto darlo in adozione. ” Che ti dicono che “Mi casa es tu casa” e che se vuoi puoi dormire da loro quando vuoi, perché per loro è solo una gioia dormire in sei in un letto senza lo spazio per rigirarsi, perché a stare da soli si annoiano e perché è sempre meglio stare in compagnia di qualcuno. Che dicono che ogni giorno deve essere un’avventura, che vogliono fare ogni giorno una cosa diversa, che vogliono una vita piena, bella, intensa. Che se adesso decidiamo di andare a fare un viaggio di tre mesi loro sono pronti a partire senza doversi fare neanche la valigia, che sono spiriti liberi e che niente li turba.
Diffido di chi è così aperto e rivolto verso l’esterno.
Una volta avrei provato invidia, invece adesso diffido.
Torno a casa e ho voglia di farmi una doccia meticolosa per scrollarmi di dosso tutta quella gioia di vivere, quell’apertura al nuovo, quei sorrisi aperti e ingenui, quella totale assenza di difese. Quel “perdersi per le strade del mondo”.
Quasi come se mi avesse contaminata e fatta sentire esposta quanto loro.
Allora devo riprendermi un attimo il mio tempo e il mio spazio, le mie cose, le mie liste infinite e il mio metodo, la mia selezione. Devo rifare il punto e riprendere il controllo.
Devo, per l’ennesima volta, stabilire i confini, e capisco che io ancora non so come ci si possa aprire senza perdere se stessi.

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Forma e fluido. La poetica del rimpianto.

Cerco di ricominciare a darmi una forma. Ma ogni giorno la cosa migliore mi sembra diversa da quella del giorno precedente. Appena ne sto prendendo una, questa mi sembra del tutto inadeguata e penso che avrei dovuto prenderne un’altra. Poi, ci sono tutte le porte che ho lasciato aperte e che adesso ingenuamente vorrei chiudere. Ma le cose si sovrappongono e niente si conclude e tutto rimane a martellarmi l’orecchio come un memento di possibilità.
Immagino che per prendere una forma si debba imparare a selezionare e a dimenticare che esiste dell’altro. Ma non ho mai capito come si possa fare una cosa del genere, come avere dei parapensieri (come i paraocchi), dei cosi che ti permettano di concentrarti su una cosa ignorando che tutto potrebbe essere altrimenti. Perciò il nulla è sempre stato così rassicurante: perché è l’unica forma coerente e alternativa all’onnipotenza del tutto. Fluida, inconsistente, ricca e fragile. Di quelle che poi diventano così pesanti da farti pensare che come minimo alla fine ci sia un premio di riconoscimento per averle sopportate. Illusioni catto-rinascimentali veramente ingenue e deplorevoli.

“Essa farebbe avvicinare a sé, entrare in sé e trasformare, per così dire, in sangue tutte le cose passate, le proprie e le più estranee. Una tale natura sa dimenticare ciò che non sottomette; questo non esiste più, l’orizzonte è chiuso e completo e niente può far ricordare che al di là di ciò stesso vi sono ancora uomini, passioni, dottrine, scopi.”

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Dispersione – cap. ciclico.

Io, per esempio, ogni mattina mi sveglio e sento il bisogno di rimettermi in ordine.
Prendo un foglio e faccio una lista delle cose che devo fare, di quelle da recuperare, di quelle che sono, di quelle che devo essere.
Ma sono tante e non riesco ad integrarle.
Giro intorno ai sassolini che diventano montagne.
Nella migliore delle ipotesi, ai violinisti e ai tizi strani che invadono le strade con i quadrati magici, a quelli che ballano la break-dance o fanno le rode di capoeira, all’arpista, all’indiano con il contrabbasso, a quelli che incontri e ti dicono che fanno, agli annunci, agli odori di pizza fritta, alle granite di cocco e alle centrifughe, alle pizzerie, agli obelischi, alle bancarelle di libri, alle panchine per leggere, alle strade fatte per camminare, ai negozi che vendono strumenti musicali, ai corsi di danze improbabili e alle lezioni di italiano da dare agli stranieri.
Ma anche – nell’ipotesi peggiore – ai cartelloni pubblicitari, alle scritte, alle ragazze magre magre e coi capelli belli, a quelli che sono andati avanti, a quelli che riempio di menzogne, ai letti sfatti, ai numeri, alle lettere, alle parole, ai gesti meccanici ed ai pensieri invadenti.

A fine giornata non ricordo più chi ero, chi sono, chi volevo essere.
Generalmente non rimane niente.

Guardo altrove e non vedo tutta quest’angoscia. La pena di essere sempre se stesso e un altro, un vuoto che si riempie di qualsiasi cosa incontri. Che si nutre dell’angoscia del prendere una strada che preclude la possibilità di tutte le altre.
Vedo gente partire da un punto per arrivare in un altro e fare una strada dritta e lineare. Quantomeno, la vedo inserita in una forma che la limita e protegge, che le impedisce di fondersi con l’esterno.

Allora, siccome poi nel disperdermi perdo me stessa, penso di essere troppo fragile. H.D. dice che sono ricca. Allora io penso che la ricchezza sia una forma di fragilità.

Ieri ho mangiato la mia ultima marinara sotto l’obelisco. Mi sono appoggiata al muro e ho pianto ascoltando il violino.
Ho vissuto una vita da barbona mancata, girovaga del nulla, gabbiano solitario.
Mi sono ricordata di quando D.G. passò, mi vide e mi disse “Non si può vivere così” e io pensai “Che ingenuità. Non sa che si può vivere molto peggio di così.”. Adesso mi rendo conto che però non era necessario esplorarle tutte, quelle possibilità.

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Canne al vento.

Smetto di vivere.
Poi ricomincio.
Poi ricado all’indietro
e penso che almeno
esisto.

Sono una canna al vento.
Perché non sono uno spirito libero,
un treno in corsa,
o una pianta, verde, ferma sulle sue radici
ovunque il vento soffi,
che si nutre della luce del sole
e niente più.
Che di sole e acqua non può “abbuffarsi”
fino a stare male, per stare male,
ma ne prende il giusto per vivere
perché vivere è il suo scopo?
O una patina di resina su un albero,
trasparente e lucida
idea di libertà?
Perché soffro come respiro e come guardo
e come sento e come penso?
Perché non so pensare senza fare rumore,
un enorme rumore
come un ronzio fastidioso
e ossessivo,
ossessionante
(una condanna)?

2009

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Diffusione.

Io non sono niente e divento tutto ciò che mi tocca.

Sono una canna al vento.

“Io sono un’antologia.
Scrivo così diversamente
che, poco o molto il valore
dei poemi, nessuno direbbe
che il poeta è uno solamente.

Così dev’essere – chiunque
può essere uno perché lo è.
Il poeta dev’essere
più di uno, per potere
(…)

Poi per sé il poeta
deve anch’essere poeta.
Se egli non ha la completa
diversità
non è poeta, è solo qualcuno…

Io, grazie a Dio, non ho
nessuna individualità.
Sono come il mondo.”

F.P.

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Vieni adesso finché è primavera.

Tutti mi hanno detto che ero bellissima. Bellissima e irriconoscibile. Che poi non so se va preso come un complimento o un’offesa.
E, effettivamente, credo che per certi versi lo fossi.
Ma sono sempre bellissima o orrenda, magra o grassa, una persona brillante o insopportabile.
Le mie percezioni sono sempre drammatiche: un corpo stupendo sprecato nella clausura, un viso bellissimo segnato dal tempo, una vita di solitudine e spreco e muffa scandita dall’invecchiamento. Oppure, una figura deforme indegna di uscire allo scoperto, un viso impersonale, pancia e cosce debordanti schifo, una circolare e ridondante sensazione di depersonalizzazione.

Ad ogni modo, tutto quello che ho sentito è stata tristezza. Volevo che qualcuno immortalasse quel momento documentandolo al meglio possibile. Ma perché? Volevo che restasse: ho angoscia del tempo. Volevo che qualcuno mi vedesse: ho angoscia della solitudine. Volevo che qualcun altro – decisamente – mi dicesse che ero stupenda.
Ma ovviamente non c’era.
Ormai sono secoli che non c’è più, e che io ho smesso di esistere.

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“Comizi d’amore”, P.P.Pasolini

La saggezza sta nel mangiare tanti confetti all’amarena senza angoscia, nel saper stare sdraiati in costume con qualche chilo di troppo su una spiaggia affollata, rilassati e paghi del bacio del sole, nel saper reggere la vita che cresce e che si affolla: nella carne, nella gente che si accalca intorno, negli sguardi e nelle invadenze.
La saggezza sta nel rimanere fermi e imporsi, nel saper essere ingiusti e crudeli verso ciò che si sa, nel saperlo dimenticare. Sta pure nel pretendere qualcosa per sé.
A quanto pare, la saggezza sta negli altri.

“Ma davvero agli uomini interessa qualcos’altro che vivere? Tonino e Graziella si sposano. Del loro amore essi sanno soltanto che è amore. Dei loro futuri figli sanno soltanto che saranno figli. È soprattutto quando è lieta e innocente che la vita non ha pietà.
Due ragazzi italiani si sposano. E in questo loro giorno tutto il male e tutto il bene precedenti ad essi sembrano annullarsi, come il ricordo della tempesta nella pace.
Ogni diritto è crudele, ed essi, esercitando il proprio diritto ad essere ciò che furono i loro padri e le loro madri, non fanno altro che confermare, cari come sono alla vita, la lietezza e l’innocenza della vita.
Così la conoscenza del male e del bene – la storia, che non è né lieta né innocente – si trova sempre di fronte a questa spietata smemoratezza di chi vive, alla sua sovrana umiltà.
Tonino e Graziella si sposano: e chi sa, tace, di fronte alla loro grazia che non vuole sapere.
E invece il silenzio è colpevole: e l’augurio a Tonino e a Graziella sia: «Al vostro amore si aggiunga la coscienza del vostro amore».”

Pier Paolo Pasolini, “Comizi d’amore”

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