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Dispersione – cap. ciclico.

Io, per esempio, ogni mattina mi sveglio e sento il bisogno di rimettermi in ordine.
Prendo un foglio e faccio una lista delle cose che devo fare, di quelle da recuperare, di quelle che sono, di quelle che devo essere.
Ma sono tante e non riesco ad integrarle.
Giro intorno ai sassolini che diventano montagne.
Nella migliore delle ipotesi, ai violinisti e ai tizi strani che invadono le strade con i quadrati magici, a quelli che ballano la break-dance o fanno le rode di capoeira, all’arpista, all’indiano con il contrabbasso, a quelli che incontri e ti dicono che fanno, agli annunci, agli odori di pizza fritta, alle granite di cocco e alle centrifughe, alle pizzerie, agli obelischi, alle bancarelle di libri, alle panchine per leggere, alle strade fatte per camminare, ai negozi che vendono strumenti musicali, ai corsi di danze improbabili e alle lezioni di italiano da dare agli stranieri.
Ma anche – nell’ipotesi peggiore – ai cartelloni pubblicitari, alle scritte, alle ragazze magre magre e coi capelli belli, a quelli che sono andati avanti, a quelli che riempio di menzogne, ai letti sfatti, ai numeri, alle lettere, alle parole, ai gesti meccanici ed ai pensieri invadenti.

A fine giornata non ricordo più chi ero, chi sono, chi volevo essere.
Generalmente non rimane niente.

Guardo altrove e non vedo tutta quest’angoscia. La pena di essere sempre se stesso e un altro, un vuoto che si riempie di qualsiasi cosa incontri. Che si nutre dell’angoscia del prendere una strada che preclude la possibilità di tutte le altre.
Vedo gente partire da un punto per arrivare in un altro e fare una strada dritta e lineare. Quantomeno, la vedo inserita in una forma che la limita e protegge, che le impedisce di fondersi con l’esterno.

Allora, siccome poi nel disperdermi perdo me stessa, penso di essere troppo fragile. H.D. dice che sono ricca. Allora io penso che la ricchezza sia una forma di fragilità.

Ieri ho mangiato la mia ultima marinara sotto l’obelisco. Mi sono appoggiata al muro e ho pianto ascoltando il violino.
Ho vissuto una vita da barbona mancata, girovaga del nulla, gabbiano solitario.
Mi sono ricordata di quando D.G. passò, mi vide e mi disse “Non si può vivere così” e io pensai “Che ingenuità. Non sa che si può vivere molto peggio di così.”. Adesso mi rendo conto che però non era necessario esplorarle tutte, quelle possibilità.

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