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Speranze.

Ho fatto come mi hanno detto. Ho tolto le difese, abbassato la guardia, fatto entrare l’esterno e dato spazio al sentire.

Così, ora, sono senza pelle.

L’unico pensiero che può placare la mia furia, adesso, è che ci saranno altre estati, altre primavere, altri inverni, altri autunni, altre occasioni.

Non è una cosa certa, ovviamente ma, per quanto sia “il peggiore dei mali”, la speranza è un tranello a cui non posso sfuggire nemmeno io.

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Intimisto

Sulla malattia II

Farsi del male è una cosa stupida. Stupida. Non imparo mai dai miei errori. Ancora mi capita di guardare con invidia a certe persone malate, ancora mi capita di mitizzare la malattia, ancora mi capita di desiderare di stare male per essere qualcosa, qualcuno, per sentire di essere viva. Devo sempre arrivare a toccare il fondo, a pensare “Non lo farò mai più”, a sentire il mio corpo disperato chiedermi aiuto contorcendosi di dolore e spasmi fino all’inverosimile. Devo pensare che forse sto morendo, che qualcosa dentro di me sta esplodendo, che mi dovranno ricoverare, che rimarrò senza qualche organo interno e menomata a vita, sfigurata, sfregiata, deformata, privata di qualche funzione, e tutto questo non si capisce perché. Non capisco perché: non mi manca nulla. Non sono così vecchia, brutta o inutile e incapace come spesso mi percepisco. Forse non sono neanche così sola, perché costruisco io l’idea che gli altri mi considerino meno di zero per poterne soffrire meglio. Ma in fondo non è vero. Io non sono così speciale da essere meno degli altri, come sono convinta che sia. Sono io che costruisco tutto, dove “costruire” è un modo per dire “distruggere”. Sono spaventata perché questo è quello che succede quando decido di abbassare la guardia, quando lascio che qualcosa entri dentro di me, quando decido di farmi toccare e di vivere e di sentire. Allora mi chiedo se non fosse meglio proteggermi attraverso il controllo ossessivo: almeno il mio corpo non ne usciva così devastato.
Ho passato una delle ore più brutte della mia vita e ho pensato di tutto, ma più di tutto ho pensato che non dovrà succedere mai più, che non è giusto, che non ha senso, che non voglio ritrovarmi con problemi fisici ancora più gravi di quelli che ho già. So che il corpo non mi perdona mai e che mi punirà sempre per la cura che non avrò di lui, so che ogni giochetto che faccio come se il corpo non fosse il mio lo pagherò caro. Io voglio vivere, non ho mai voluto e non voglio morire.
Non voglio più guardare una persona malata e pensare che la sua vita sia più interessante della mia.

Voglio ricordarmi in ogni momento che la malattia non è niente di più affascinante di una notte passata a sentire l’inferno nelle viscere, tra la puzza di vomito e quella di merda, magari chiedendosi se si arriverà all’indomani. Se nelle canzoni, nei libri, nei ricordi o nelle vite degli altri essa ci sembra così luccicante è solo perché non si è conosciuto – o si è dimenticato – questo.

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Sulla malattia.

Improvvisamente mi sembra chiaro: esiste davvero un qualche male, del corpo o dell’anima, che non sia causato dalla solitudine o dalla risposta inadeguata ad un bisogno d’amore?

Una disfunzione digestiva, una deriva ossessiva e circolare del pensiero, un affamarsi fino al deperimento o una devastazione auto-distruttiva del corpo, un’apparentemente inspiegabile stanchezza o dolore delle membra, una malattia dei nervi, della parola, della mente, dell’umore o finanche degli arti. Tutto mi sembra discendere dalla mancanza di una voce rassicurante nel momento dell’angoscia, di un abbraccio nel momento del dolore, di una presenza affidabile nel momento dello smarrimento. Allora leggo le lettere indirizzate alle persone amate dai grandi geni della letteratura, ascolto le canzoni che generalmente sento senza consapevolezza né contatto.

Ricordo ciò che pensai e che scrissi sul Barone, un popolare clochard della città di Napoli, paragonandolo al Federico di Prussia descritto da Thomas Mann nel saggio “Federico e la grande coalizione”. Un deperimento degli organi interni foriero di morte. Sono sempre più convinta che quasi ogni morte sia una morte per solitudine.

Forse è un pensiero delirante, di sicuro è discutibile. Forse che chi è amato non si ammala e non muore allo stesso modo di chi non lo è? Forse che non esiste una biologia del corpo che prescinda dagli affetti e dalle parole?

Eppure è questo ciò che vedo e voglio testimoniare.

“Più avanti, appresi l’etimologia della parola “malattia”. Era “mal-à-dire”, far fatica a dire. Il malato era colui che faceva fatica a dire qualcosa. Il suo corpo lo diceva al posto suo sotto forma di malattia. Idea affascinante, per l’implicazione che, superando quella difficoltà, non si soffrirebbe più.”*

Ma è poi davvero superabile questa difficoltà e, se sì, per quanto tempo? Non è forse per questo che, così come è inevitabile la fine dell’amore, lo è la malattia e lo è la morte?

*Amélie Nothomb, “Biografia della fame”

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