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Sulla malattia.

Improvvisamente mi sembra chiaro: esiste davvero un qualche male, del corpo o dell’anima, che non sia causato dalla solitudine o dalla risposta inadeguata ad un bisogno d’amore?

Una disfunzione digestiva, una deriva ossessiva e circolare del pensiero, un affamarsi fino al deperimento o una devastazione auto-distruttiva del corpo, un’apparentemente inspiegabile stanchezza o dolore delle membra, una malattia dei nervi, della parola, della mente, dell’umore o finanche degli arti. Tutto mi sembra discendere dalla mancanza di una voce rassicurante nel momento dell’angoscia, di un abbraccio nel momento del dolore, di una presenza affidabile nel momento dello smarrimento. Allora leggo le lettere indirizzate alle persone amate dai grandi geni della letteratura, ascolto le canzoni che generalmente sento senza consapevolezza né contatto.

Ricordo ciò che pensai e che scrissi sul Barone, un popolare clochard della città di Napoli, paragonandolo al Federico di Prussia descritto da Thomas Mann nel saggio “Federico e la grande coalizione”. Un deperimento degli organi interni foriero di morte. Sono sempre più convinta che quasi ogni morte sia una morte per solitudine.

Forse è un pensiero delirante, di sicuro è discutibile. Forse che chi è amato non si ammala e non muore allo stesso modo di chi non lo è? Forse che non esiste una biologia del corpo che prescinda dagli affetti e dalle parole?

Eppure è questo ciò che vedo e voglio testimoniare.

“Più avanti, appresi l’etimologia della parola “malattia”. Era “mal-à-dire”, far fatica a dire. Il malato era colui che faceva fatica a dire qualcosa. Il suo corpo lo diceva al posto suo sotto forma di malattia. Idea affascinante, per l’implicazione che, superando quella difficoltà, non si soffrirebbe più.”*

Ma è poi davvero superabile questa difficoltà e, se sì, per quanto tempo? Non è forse per questo che, così come è inevitabile la fine dell’amore, lo è la malattia e lo è la morte?

*Amélie Nothomb, “Biografia della fame”

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