Intimisto

Sulla malattia II

Farsi del male è una cosa stupida. Stupida. Non imparo mai dai miei errori. Ancora mi capita di guardare con invidia a certe persone malate, ancora mi capita di mitizzare la malattia, ancora mi capita di desiderare di stare male per essere qualcosa, qualcuno, per sentire di essere viva. Devo sempre arrivare a toccare il fondo, a pensare “Non lo farò mai più”, a sentire il mio corpo disperato chiedermi aiuto contorcendosi di dolore e spasmi fino all’inverosimile. Devo pensare che forse sto morendo, che qualcosa dentro di me sta esplodendo, che mi dovranno ricoverare, che rimarrò senza qualche organo interno e menomata a vita, sfigurata, sfregiata, deformata, privata di qualche funzione, e tutto questo non si capisce perché. Non capisco perché: non mi manca nulla. Non sono così vecchia, brutta o inutile e incapace come spesso mi percepisco. Forse non sono neanche così sola, perché costruisco io l’idea che gli altri mi considerino meno di zero per poterne soffrire meglio. Ma in fondo non è vero. Io non sono così speciale da essere meno degli altri, come sono convinta che sia. Sono io che costruisco tutto, dove “costruire” è un modo per dire “distruggere”. Sono spaventata perché questo è quello che succede quando decido di abbassare la guardia, quando lascio che qualcosa entri dentro di me, quando decido di farmi toccare e di vivere e di sentire. Allora mi chiedo se non fosse meglio proteggermi attraverso il controllo ossessivo: almeno il mio corpo non ne usciva così devastato.
Ho passato una delle ore più brutte della mia vita e ho pensato di tutto, ma più di tutto ho pensato che non dovrà succedere mai più, che non è giusto, che non ha senso, che non voglio ritrovarmi con problemi fisici ancora più gravi di quelli che ho già. So che il corpo non mi perdona mai e che mi punirà sempre per la cura che non avrò di lui, so che ogni giochetto che faccio come se il corpo non fosse il mio lo pagherò caro. Io voglio vivere, non ho mai voluto e non voglio morire.
Non voglio più guardare una persona malata e pensare che la sua vita sia più interessante della mia.

Voglio ricordarmi in ogni momento che la malattia non è niente di più affascinante di una notte passata a sentire l’inferno nelle viscere, tra la puzza di vomito e quella di merda, magari chiedendosi se si arriverà all’indomani. Se nelle canzoni, nei libri, nei ricordi o nelle vite degli altri essa ci sembra così luccicante è solo perché non si è conosciuto – o si è dimenticato – questo.

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