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De-persona.

Mi sveglio ogni mattina con il volto già rigato dalle lacrime. Mi sento vuota, inutile, senza possibilità di cambiamento all’orizzonte. Mi sento in trappola. Mi sento sola. Mi sento vecchia. Mi sforzo di vestirmi, mi guardo allo specchio e vedo il mio volto invecchiato di 20 anni, la pelle secca, ruvida, bianco-grigia, il volto spento, un sorriso rivolto verso il basso.
Cerco di non guardare.
Quando sono fuori è tutto più leggero, ma tutto mi parla di me e del mio fallimento.
In macchina mi parli, esprimi una preoccupazione per le mie parole che noti sempre intrise di colpa, mi guardi negli occhi, mi sorridi e mi fai capire che capisci, ti dispiace e forse che vedi qualcosa di bello in me. Rido, sdrammatizzo e cambio argomento per non scoppiare in lacrime e scappare, aprire la portiera e correre fino a casa, tornare a lobotomizzarmi con le mie droghe e poi nascondermi sotto quintali di coperte per soffocare il rumore che faccio quando sono triste. Ho già paura che potrei allontanarti, e vorrei chiederti di impedirmelo, ma non lo faccio.
Quando torno a casa, lo specchio mi rimanda di nuovo tutto. Adesso il trucco è sciolto, i capelli sono più sfibrati, lo sguardo è più vacuo, il volto è più grosso e quadrato. Ho voglia di sprofondare e mi chiedo come tu possa avermi guardata così a lungo e senza sentire il bisogno di distogliere lo sguardo.

Non sono più la stessa persona. Ma non so se prima ero la mia vera persona. Non so se sono mai stata qualcosa o qualcuno. Sento che tutto quello che pensavo di essere non era vero, o è sfumato, io non riesco più a sentirlo.
Penso spesso, continuamente, a gocce da far scendere, ma analizzo troppo i miei pensieri per poterli votare all’azione. Da qualche parte so che forse, un giorno, in un’altra condizione, io potrò godere di qualcosa. Di un brano suonato al pianoforte, di una giornata di sole, di un momento in cui mi sentirò bella e desiderata, di un risultato che forse potrei raggiungere, di un libro che riuscirò a leggere senza ronzii nella testa, di un film senza lacrime di solitudine, di una compagnia accettata e accolta senza il bisogno immediato di disfarmene per paura che mi possa distruggere.

E’ la mia ragione a dirmelo, ma ciò che sento è il contrario. Ciò che sento è che non c’è nessuna speranza, o che tutto questo tempo passato nella muffa – peggio, nell’auto-mortificazione – mi inaridisce ogni giorno di più. So che sto perdendo vita, ogni giorno almeno 5 anni, sto perdendo forze, energie, entusiasmi, slanci, speranze, voglie, ambizioni, aspettative. So che potrei anche, un giorno, coprire la mia ragione con una sensazione così forte da farmi dimenticare la possibilità di tutto il resto.

A volte, anche, ho un grande desiderio di cedere. Di cadere, di lasciarmi andare. Di umiliarmi, di lasciarmi distruggere. E’ così liberatorio, così un sollievo, così meraviglioso lasciare che qualcuno faccia di te carne da macello, quando quello che porti dentro di te è solo odio, rabbia, disperazione.

Ma a volte mi chiedo perché. Perché io debba essere questo. Perché io non possa essere un fiore, una pietra lucida – di speranza – un sorriso aperto alla vita. Cosa ho, io, in meno. Cosa ho, io, in più. Perché io non posso, perché io non riesco, perché io non posso riprendermi quello che da qualche parte, qualche giorno – anche io – devo aver avuto.

“Chi mi restituirà l’innocenza precedente alla mia analisi?”

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Annullamento.

Io, ogni mattina, mi sveglio e assorbo la tua mancanza d’amore. Mi nutro del tuo disprezzo, dei sospiri rassegnati, degli sguardi volti al cielo, dell’entusiasmo per qualsiasi altra cosa che non sia io. Ascolto bene le tue parole, le seziono e le tengo vicine al cuore, allo stomaco, alla testa. Assorbo il tuo disprezzo e ne faccio il mio nutrimento per tutta la mia giornata. E’ con quello che mi nutro, è quello che mi guida fino a sera, che indirizza le mie scelte, il modo in cui decido di trattarmi, di non trattarmi, di non esistere, di seppellire i miei slanci e mortificare la mia carne.

E ricerco amore dove non dovrei, mi spoglio e mostro le mie catene davanti a chi ne approfitta per infierirmi altre ferite. Vorrei amore, dosi massicce d’amore, amore impensabile, amore esagerato. Vorrei amore ma il mio spogliarmi è come sventolare carne fresca di fronte ad un lupo affamato. Mostro il sangue a chi ne è assetato, a chi si nutre di sofferenza per saziare la propria mancanza. Così mi schiacciano, vengo schiacciata, mi schiaccio.

E rivivo le mattine, in cui mi sveglio e assorbo la tua mancanza d’amore. E assorbo altra mancanza, altro disprezzo, altra umiliazione. Questa sono io, oggi. Un guscio vuoto che attende di essere riempito ma che, siccome non conosce la pienezza ed è abituato ad essere calpestato, sempre e ancora non resiste alla tentazione di farsi sbriciolare.

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