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Tertium non datur – cap. 543

I cambiamenti, per la maggior parte delle persone, sono passaggi di scenari graduali a cui abituarsi lentamente. Sono scene che sfumano dal nero al bianco passando per una vasta gamma di colori da percepire, vivere, studiare, in cui potersi immergere e a cui potersi abituare lentamente.

Per me, tutto questo è sempre più raro. Il cambio di scena mi si presenta, già finito, da un giorno all’altro, come se durante la notte, mentre dormivo, fosse successo tutto a mia insaputa. Mi sveglio ed è tutto lì, già pronto e confezionato. Mi piomba tutto addosso.

Un discorso, una parola, un gesto, e tutto è improvvisamente e completamente diverso.

Mi scuote.

Condiziona il mio umore, le mie percezioni di me stessa e dell’esterno, “cambia struttura alle stanze, il modo di vestire i guanti e i pianti ormai non più così frequenti”.

Sono la solita canna al vento; non possiedo radici alcune. Sono il solito guscio vuoto; com’è possibile che io sia così inconsistente?

Non ho la pelle. Mi manca uno strato. Sono difettata.

Ora è andata bene, qualcosa mi sta tenendo viva. Ora è andata così, ma lo so io e lo sai tu, che non durerà. Quindi, se non vuoi affidarti alla chimica, preparati a diventare la mia rete di salvataggio.

Prenditi cura di me, cazzo. Lo vedi che funziono male, che sono rotta?

Tienimi stretta.

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Vuoto/ronzio.

Puzzo di solitudine, di vecchio, di stantìo.

Peso come un macigno.

Salgo e scendo ma si rifiutano di riconoscere che sia la chimica a determinarlo. Mi sento sminuita, non vista, non riconosciuta, esclusa dalla malattia. Forse la comprensione dei più necessita sempre ed ancora di azioni estreme per essere sollecitata e scossa. Mi istigano alla teatralità.

La mia testa è vuota e ronzante.

Mi rilasso goffamente e per finta, provo a distendermi e a pensare. Mi manca così tanto prendermi cura di me stessa.

Mi getterei a capofitto nella vita, per paura di marcire ancora. Ma la paura dell’esterno è così forte che il male autogenerato resta quello preferibile perché scelto e controllato.

Vorrei dormire, sempre, ore ed ore di sonno, sonno infinito, sonno profondo. Sotto coperte pesanti.

Non sento niente.

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Fuga da fermo.

Quando si è malati di inadeguatezza ci si sente inadatti anche alla propria malattia. Si desidera essere più inadeguati per eccellere almeno in quello, si vuole scendere più in basso per essere i più bravi a negare la vita. Sì, quando si è malati di inadeguatezza si finisce nel paradosso per cui ci si sente inferiori a chi la vita la sa negare meglio di noi.

Quando si è malati di inadeguatezza non esiste contesto che possa farci sentire al sicuro, perché la nostra malattia prende la forma di ogni situazione e luogo che tocchiamo e ci si ambienta come se quella fosse sempre stata la sua casa.

Quando si è malati di inadeguatezza, secondo me, ci si è ammalati da bambini, quando forse qualcosa o qualcuno ci ha timbrato la fronte con un difetto originario.

Quando si è malati di inadeguatezza, io credo, non si guarisce mai. Le ferite più evidenti lasciano il posto a cicatrici sbiadite e tutto è meno teatrale, meno vistoso, più in sordina, ma resta come un monito a colorare tutti gli aggettivi con una nota di eccesso o di difetto e a lasciare uno scarto incolmabile tra ciò che si è e ciò che si sente di dover essere.

Quando si è malati di inadeguatezza “ci si accorge di tutto quello che succede”, anche prima che succeda, come i cani che sentono i tuoni prima di un temporale. A volte, può accadere che ci si accorga anche di cose che non succedono davvero.

Ma quando si è malati di inadeguatezza “non si ha niente”, e si ricerca sempre e comunque quello che non c’è, indipendentemente da quello che c’è. Perché è un riflesso incondizionato, un difetto di fabbricazione, l’abitudine malsana di girare su sé stessi. Una cancrena destinata ad approfondirsi con il tempo.

“Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da sé stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro.” – Elsa Morante, “L’isola di Arturo”

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Spring is here.

Trovo il meteo particolarmente impietoso, in questi giorni.

Mi alzo dal letto con enorme fatica quando ormai tutti hanno vissuto metà della loro giornata. Quando ormai il sole è alto e ha dato il meglio di sé e io l’ho perso. Apro il balcone e la luce splendente del sole mi ferisce non solo gli occhi ma anche l’anima. La sento invadente, sfacciata, sento che mi giudica e mi addita. So che dovrei essere diversa da ciò che sono.

Vorrei sentire dentro qualcosa che non sento. Vorrei non avere questo sporco calloso sul dito indice, i capelli sempre rovinati, la pancia gonfia e le occhiaie. Vorrei sentirmi più leggera, tagliarmi i capelli e indossare un jeans attillato. Vorrei sorridere, vorrei nutrirmi con calma, al sole. Vorrei avere i polsi sottili. Vorrei prendere un treno e andare in un altro posto. Sì, vorrei fuggire. Vorrei fuggire dai posti, dalle cose, dalle persone e da me stessa. Vorrei sentire anche io la primavera, come l’ho già sentita, come so che è possibile sentirla. Vorrei suonare, vorrei fare sport, ballare, vorrei andare al cinema, al teatro. Vorrei sentirmi pulita. Vorrei fare l’amore. Vorrei sentirmi bella, vorrei ridere, vorrei sentirmi viva, vorrei smettere di piangere.

Vorrei smettere di privarmi della vita.

Se è già stato, perché non può essere ancora?

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Nun crer cchiù.

Mi sforzo di fare cose che non voglio fare.

Non c’è più vita dentro di me.

Dicono ce ne sia fin troppa, troppa e disorganizzata. Troppo. “Troppo” è una parola troppo presente nei discorsi che mi riguardano. Allora io mi annullo, così compenso all’eccesso.

Mi parlano di luoghi chiusi, ricoveri, comunità terapeutiche, interventi più massivi sulla mia persona.

Ho voglia di cedere, affidarmi e lasciarmi vivere. Non credo più di poter fare niente. Non credo più di avere speranze, così rimando il momento in cui dovrò davvero decidere che fare di questo ammasso di cellule morte che mi porto ancora dietro.

Pensavo che il problema fosse fuori di me, ma inizio a convincermi, davvero, che non sia così. Che qualcosa si sia irrimediabilmente spezzato. Perduto, rotto, morto.

Mi faccio ancora male, ma senza reale convinzione. Mi faccio male per abitudine, per inerzia, per mancanza di fantasia e volontà. Non voglio nulla. Voglio dimenticare tutto e rinascere.

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