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Nun crer cchiù.

Mi sforzo di fare cose che non voglio fare.

Non c’è più vita dentro di me.

Dicono ce ne sia fin troppa, troppa e disorganizzata. Troppo. “Troppo” è una parola troppo presente nei discorsi che mi riguardano. Allora io mi annullo, così compenso all’eccesso.

Mi parlano di luoghi chiusi, ricoveri, comunità terapeutiche, interventi più massivi sulla mia persona.

Ho voglia di cedere, affidarmi e lasciarmi vivere. Non credo più di poter fare niente. Non credo più di avere speranze, così rimando il momento in cui dovrò davvero decidere che fare di questo ammasso di cellule morte che mi porto ancora dietro.

Pensavo che il problema fosse fuori di me, ma inizio a convincermi, davvero, che non sia così. Che qualcosa si sia irrimediabilmente spezzato. Perduto, rotto, morto.

Mi faccio ancora male, ma senza reale convinzione. Mi faccio male per abitudine, per inerzia, per mancanza di fantasia e volontà. Non voglio nulla. Voglio dimenticare tutto e rinascere.

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