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Protège moi – parte 2.

Ricordo il giorno preciso in cui tutto è cambiato. Il giorno in cui, sfidando l’opposizione di un medico, ho ripreso in mano la mia vita e sono risalita. All’improvviso. Da allora è stato tutto in su, in movimento, al massimo. Un mese. Un mese senza auto-boicottaggi, senza calli, sangue, vomito, ferite, merda. Di più non ho resistito. Ricordo anche il giorno preciso in cui sono caduta di nuovo. Ricordo la paura continua, l’equilibrio instabile, e poi il momento preciso in cui ho ceduto.

Non voglio ritornare dove ero, ma so che una parte di me lo vuole e io, l’altra parte, chiedo a gran voce di essere fermata, aiutata, assistita. Non voglio morire di nuovo! Lo dico ora perché ho paura che non lo dirò più.

Come si scrive “Aiuto” e, soprattutto, quale può mai essere il destinatario?

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Protège moi.

Al netto di tutto, ho imparato questa banale semplificazione: la malattia è difesa, arma, controllo, anestetizzazione; la vita è sentire – per me – totale e non filtrato. Come una valanga che mi cade addosso. Dall’armatura all’assenza di pelle. Entrambe portano ad una pioggia di lacrime, ma così diversa che non è neanche il caso di spiegarlo. Vorrei tanto che qualcuno mi aiutasse a rimanere nella vita e non tornare indietro, non demolire e non ricoprire. Un assistente, una guida esistenziale, uno che protegga da sé stessi in favore della vita, insomma. Uno che mi difenda da me.

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Su “N-capace” di Eleonora Danco, ovvero i “Comizi d’amore” portati a teatro con la complicità di Nanni Moretti.

Scrivo anche qui. Seguitemi, su. Grazie.

Riflessioni sulla vita debosciata

Sono andata a vedere “N-capace” di Eleonora Danco. Sono andata a vederlo perché lo hanno dato al cinema Astra, a Napoli, in anteprima nazionale. Ci sono andata perché amo il cinema Astra, le iniziative che porta avanti e l’idea di contribuire alla sopravvivenza di un cinema d’essai storico in una bolgia di multisala invase da adolescenti in calore ingurgitanti pop-corn e patatine con eterodosse e discutibili salse alla nutella.

Sono andata a vederlo perché ho guardato il trailer e ho letto le recensioni, e si parlava di una donna che si spostava da una città all’altra in pigiama e portandosi dietro un letto, paragonandola ad un personaggio dei cortometraggi di Antonio Rezza. Si diceva, anche, “il film che è piaciuto a Nanni Moretti”. E si parlava di Pasolini. Per questi motivi sono andata a vederlo.

Ci sono andata da sola e ho preso il posto migliore, e mi sono goduta la solitudine…

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