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Io sono ciò che non ricorderai.

Nelle foto di famiglia non ci sono mai. Neanche in quelle con gli amici che non ho. Mentre gli altri le scattavano, io ero sempre a casa, da sola. Aspettavo che l’ambiente si svuotasse per compiere i miei rituali distruttivi. Oppure niente. Semplicemente non c’ero. Mai. Alimentavo la delusione di chi c’era per abbassare crescentemente le sue aspettative e le mie. Non ci sono stata mai per mia precisa volontà. Seppur segretamente covavo il desiderio di esserci più di quanto ci fosse chiunque altro. Non sono neanche in quella di fine liceo. Come per infliggermi una punizione andai a nascondermi in bagno, per non esserci e non concedermi quella celebrazione irripetibile. Nelle foto, quando ci sono, non sorrido o lo faccio forzatamente. Ora che si è sposata mia sorella, mi ha pregata di sorridere nelle foto e, mentre erano tutti prodighi di complimenti ed il mio pensiero era rivolto a chi non c’era, dicono che io sia venuta bene, così mia madre, tutta contenta come se quella fosse la prima soddisfazione che io le stessi dando da quando sono nata, ha chiesto al fotografo di farle avere quelle foto lì, in cui sorrido apertamente. Dice sempre a tutti, lei, mostrando le foto di me da bambina e come se stesse descrivendo uno strano caso clinico, che non sorridevo mai. Mai. Mio zio, al mio compleanno, veniva con una telecamera e io, appena lo vedevo, scoppiavo a piangere tra lo stupore generale. Piangevo come se non ci fosse un domani, non si sa perché. Forse già allora mi sembrava che ci si aspettasse troppo, da me, puntandomi addosso quegli aggeggi che volevano immortalarmi in non si sa che posa o immagine in cui già presumevo di dover essere perfetta. Mentre le altre bambine si mettevano in posa sorridenti, io piangevo e scappavo via, già allora come adesso che mi ritraggo da ogni richiesta di competenza che si ritiene che io possa avere. Ed ero inconsolabile, e mia madre non se ne faceva una ragione, del fatto che piangessi sempre. E quasi si doveva scusare perché, già all’epoca, non ero proprio l’anima della festa.
Non sono a mio agio se non con una persona alla volta. Nelle foto di gruppo non vengo mai bene. Nelle foto a due venivo bene, ma non ne abbiamo fatte mai più e, da allora, ne ho fatte soltanto da sola. E anzi ne ho volute fare tante, per ricordarmi che almeno, più o meno, esisto ancora. E così ho tante foto da sola in cui rido, mi rattristo, penso, piango, faccio cose, non faccio, monto e smonto. Ma tanto cosa cambia. Tanto nelle foto che contano, in quelle che restano, in quelle che si ricordano io non ci sono mai. Se ci sono è controvoglia, e se poi le guardo mi vedo sformata, fuori posto, inappropriata. Così tendo a fare in modo di non esserci. Per abbassare crescentemente, costantemente, le aspettative altrui e le mie, a cicli, dopo aver dimostrato apparenti competenze, fallisco. Che è meglio. Prima che si possa pensare che io possa davvero riuscire. Nelle foto è meglio che io non ci sia mai. Non c’entro niente, con i sorrisi aperti e l’efficienza patinata. Con la riuscita dei progetti pensati, con il raggiungimento dei risultati e la soddisfazione ed il compiacimento di sé. Oltre un certo limite, io, il fatto di esserci, di occupare spazio, di fare rumore, non l’ho mai saputo reggere.

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Biografia del vuoto.

C’è una sensazione che mi accompagna costantemente, fedele come un cane, ed è quella di essere un’appestata, sbagliata, inadeguata, sporca. Di essere la colpevole del fatto che chiunque preferirebbe avere la lebbra piuttosto che avere a che fare con me, che voglia solo farmi del male o approfittare della mia debolezza, o prendermi in giro, mentirmi spudoratamente per i propri scopi, farmi soffrire e godere della mia sofferenza.

La sensazione più fastidiosa, più violenta, più insopportabile, è la solitudine, la mancanza continua di qualcuno con cui poter condividere le piccole cose. La mancanza di una persona a cui poter dare la buonanotte, a cui poter raccontare un episodio divertente o un pensiero triste. Qualcuno a cui interessi davvero, che possa provare a volermi bene, a non andare via, a restare, almeno provarci, perché mi vuole bene. Alle volte mi sveglio e mi chiedo “Perché dovrebbe essere per forza così?” ma la maggior parte delle volte è questa sensazione che mi spinge a cercare un contatto con me stessa. Un contatto che è di sofferenza, di dolore, di morte, perché non posso avere, non mi è dato, non mi è concesso quello che è l’abbraccio, l’amore, la vita. Vorrei tanto che lui mi vedesse. Ma chi è lui? Non ha tutta questa importanza, perché lui, forse, è mia madre, è mio padre, è quel bisogno di essere amata eccessivo, fuori luogo, debordante e sconveniente, ma che si può mettere a tacere solo a prezzo di una malattia. Si può mettere a tacere una vita intera con una malattia.

“Mal-à-dire”.

“La morte contenuta nella vita mi spaventò. Come rassicurazione, volli amore a volontà. Come un feudatario medioevale che sovraccarica di imposte il popolo esangue, reclamavo dalle mie favorite disumani tributi d’amore: le misi letteralmente in ginocchio. Acconsentirono di buon grado, ma le loro offerte non mi bastavano mai. Inge era morta e non poteva darmi amore. Mi volsi allora verso la più sublime delle donne: mia madre. Mi aggrappai al suo collo.
– Mamma, amami. – Ti amo. – Amami di più. – Ti amo tantissimo. – Amami più di così. – Ti amo come di più non si può amare una figlia. – Amami ancor più di così!
All’improvviso, mia madre vide il mostro che la stringeva. Vide l’orco che aveva cresciuto, vide la fame in persona, con i suoi occhi giganteschi che esigevano un appagamento fuori dalla norma. Ispirata senza dubbio da forze oscure, mia madre disse una parola nella quale alcuni vedranno della crudeltà, ma che fu di una fermezza indispensabile e giocò un ruolo capitale nel prosieguo della mia esistenza: – Se vuoi che ti ami ancora di più, seducimi.
Questa frase mi indignò. Ruggii: – No! Tu sei mia madre! Non devo sedurti! Devi amarmi!
– Non esiste al mondo. Nessuno deve amare nessuno. L’amore, bisogna meritarlo. Sprofondai. Era la notizia peggiore che avessi mai sentito: avrei dovuto sedurre mia madre. Avrei dovuto meritare il suo amore e tutti gli altri amori. Non bastava dunque apparire ed esigere di essere amata. Non avevo dunque un’essenza divina. Le dosi faraoniche d’amore che richiedevo non erano dunque legittime. Questa valanga di dunque mi sconvolse. Sedurre mia madre: certo non sarebbe stato uno scherzo. Come fare? Non ne avevo idea. Più grave: avrei dovuto meritarlo, l’amore. Ero come la famiglia reale inglese che viene a sapere di dover pagare le tasse: cosa? Non mi era dovuto tutto? Inoltre sentivo chiaramente che avrei avuto bisogno di molto amore: lo stretto necessario non mi sarebbe bastato. Avrei dovuto meritare dosi massicce d’amore. Insomma, avrei dovuto affaticarmi, nella vita. Quell’idea mi stremò in anticipo.”

Amélie Nothomb, “Biografia della fame”

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