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Biografia del vuoto.

C’è una sensazione che mi accompagna costantemente, fedele come un cane, ed è quella di essere un’appestata, sbagliata, inadeguata, sporca. Di essere la colpevole del fatto che chiunque preferirebbe avere la lebbra piuttosto che avere a che fare con me, che voglia solo farmi del male o approfittare della mia debolezza, o prendermi in giro, mentirmi spudoratamente per i propri scopi, farmi soffrire e godere della mia sofferenza.

La sensazione più fastidiosa, più violenta, più insopportabile, è la solitudine, la mancanza continua di qualcuno con cui poter condividere le piccole cose. La mancanza di una persona a cui poter dare la buonanotte, a cui poter raccontare un episodio divertente o un pensiero triste. Qualcuno a cui interessi davvero, che possa provare a volermi bene, a non andare via, a restare, almeno provarci, perché mi vuole bene. Alle volte mi sveglio e mi chiedo “Perché dovrebbe essere per forza così?” ma la maggior parte delle volte è questa sensazione che mi spinge a cercare un contatto con me stessa. Un contatto che è di sofferenza, di dolore, di morte, perché non posso avere, non mi è dato, non mi è concesso quello che è l’abbraccio, l’amore, la vita. Vorrei tanto che lui mi vedesse. Ma chi è lui? Non ha tutta questa importanza, perché lui, forse, è mia madre, è mio padre, è quel bisogno di essere amata eccessivo, fuori luogo, debordante e sconveniente, ma che si può mettere a tacere solo a prezzo di una malattia. Si può mettere a tacere una vita intera con una malattia.

“Mal-à-dire”.

“La morte contenuta nella vita mi spaventò. Come rassicurazione, volli amore a volontà. Come un feudatario medioevale che sovraccarica di imposte il popolo esangue, reclamavo dalle mie favorite disumani tributi d’amore: le misi letteralmente in ginocchio. Acconsentirono di buon grado, ma le loro offerte non mi bastavano mai. Inge era morta e non poteva darmi amore. Mi volsi allora verso la più sublime delle donne: mia madre. Mi aggrappai al suo collo.
– Mamma, amami. – Ti amo. – Amami di più. – Ti amo tantissimo. – Amami più di così. – Ti amo come di più non si può amare una figlia. – Amami ancor più di così!
All’improvviso, mia madre vide il mostro che la stringeva. Vide l’orco che aveva cresciuto, vide la fame in persona, con i suoi occhi giganteschi che esigevano un appagamento fuori dalla norma. Ispirata senza dubbio da forze oscure, mia madre disse una parola nella quale alcuni vedranno della crudeltà, ma che fu di una fermezza indispensabile e giocò un ruolo capitale nel prosieguo della mia esistenza: – Se vuoi che ti ami ancora di più, seducimi.
Questa frase mi indignò. Ruggii: – No! Tu sei mia madre! Non devo sedurti! Devi amarmi!
– Non esiste al mondo. Nessuno deve amare nessuno. L’amore, bisogna meritarlo. Sprofondai. Era la notizia peggiore che avessi mai sentito: avrei dovuto sedurre mia madre. Avrei dovuto meritare il suo amore e tutti gli altri amori. Non bastava dunque apparire ed esigere di essere amata. Non avevo dunque un’essenza divina. Le dosi faraoniche d’amore che richiedevo non erano dunque legittime. Questa valanga di dunque mi sconvolse. Sedurre mia madre: certo non sarebbe stato uno scherzo. Come fare? Non ne avevo idea. Più grave: avrei dovuto meritarlo, l’amore. Ero come la famiglia reale inglese che viene a sapere di dover pagare le tasse: cosa? Non mi era dovuto tutto? Inoltre sentivo chiaramente che avrei avuto bisogno di molto amore: lo stretto necessario non mi sarebbe bastato. Avrei dovuto meritare dosi massicce d’amore. Insomma, avrei dovuto affaticarmi, nella vita. Quell’idea mi stremò in anticipo.”

Amélie Nothomb, “Biografia della fame”

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