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Fall apart – ciclico.

Io mi sgretolo.
Approfitto del tuo rifiuto per confermare la mia immagine di me stessa: corrotta, sbagliata, fragile, non meritevole di amore.
Mi incolpo totalmente, aggiungo anche questo peso al macigno. Mi costringo ad affrontarlo.
Sento la voglia di dilaniarmi. La ascolto.
Ora vivo anche io.
Prendo responsabilità dei miei atti e pensieri.
Io sono questo schifo. Sono così.
Triste, penosa, appestata.
Mi dilanio mentre altri vivono alle mie spalle, alla faccia del mio dolore.
La vita si svolge alle mie spalle e ride di me.

Io non voglio più ridere di me. Voglio prendermi sul serio, con tutto ciò che questo mi può fare.

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Ricorsivo.

Neppure per disperazione riesco a concedermi uno slancio di contatto.
Preferisco tornare a casa e dilaniarmi la carne così che poi il mio corpo dica le parole che la mia bocca non riesce a dire.
Che riesca a dare i baci che io non riesco a dare.
La privazione è sempre, ancora, il mio nutrimento quotidiano.
Voglio cadere, cedere.
Ma ogni gesto è bloccato da un pensiero invadente, da una superficie rigida contro cui ogni intenzione rimbalza.
Ho le mani legate, e non so chiedere né fare.

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Della vita di un Buonannulla

“Il Buonannulla dunque, per venire alla sua persona, è un garzone di mugnaio che si è preso quel brutto soprannome perché a casa non è buono a fare altro che stirarsi al sole e suonare il violino; sicché il padre, montato su tutte le furie, lo manda in giro per il mondo a guadagnarsi il pane. <<Bene>>, dice allora il giovine <<se io sono un buono a nulla, voglio andare per il mondo a far fortuna>>. E mentre a destra e a sinistra i compagni, <<come ieri, avant’ieri e sempre>>, si avviano a lavoro, a vangare e ad arare, lui, <<con un’eterna domenica>> in cuore, attraversa tutto il villaggio col suo violino, e poi via, per il libero mondo. Con una sua canzone nuova di zecca, <<A chi Dio vuol mostrarsi benigno>>, naturalmente attira su di sé l’attenzione di due dame di campagna sulla loro <<splendida carrozza da viaggio>> e lo portano sul predellino diritto fino a Vienna, che a caso egli aveva dato come mèta del suo viaggio. Incomincia così il trasognato carosello delle sue avventure tedesche e italiane, la storia del suo amore per quella bellissima nobile donna, che è una storia senza forza di volontà, una storia svogliatella che si irretisce in un intrico da opera lirica, per poi finire fanciullescamente bene, rivelando il carattere tutto candore e irresponsabilità di colui che la vive e la racconta.

Il carattere del Buonannulla è il seguente: i suoi bisogni pendolano fra la pigrizia integrale, una pigrizia da fargli crocchiare le ossa, e un istinto erratico pieno di vaghe attese che gli fa vedere le strade del mondo come ponti, aerei ponti lanciati in lontananza sul tralucente paesaggio. E non solo è inutile lui, ma desidera vedere buono a nulla il mondo intero; e quando ha da curare un orticello butta via tutte le piante di patate e gli ortaggi che ci trova e lo coltiva tutto, con stupore della gente, a piante di fiori rari di cui però vuol fare dono all’altissima dama del suo cuore, piante che dunque hanno uno scopo, ma solo delicato e non pratico. Appartiene alla famiglia dei figli più piccini e di quei Giovannin della favola un po’ tocchi da cui nessuno spera nulla di buono e che poi invece vincono la prova e prendono il moglie la figlia del re. Per dir meglio, è un beniamino di Dio che in sogno lo ispira, e lui lo sa bene; infatti quando parte per il mondo, non ripete il discorso di suo padre del guadagnarsi il pane da sé, ma dice chiaro e tondo che se ne va a far fortuna. Poi ha un viso tanto grazioso che in Italia, dove, a sua insaputa, per via di intrighi è scambiato per una fanciulla travestita, un focoso studente prende per lui una cotta disperata e ogni cuore prova per lui un palpito gentile. Ma nonostante tutto, e per quanto egli ami con l’animo più grato e si goda commosso la terra così bella allo sguardo di chi la gira, il fresco cantare dei galli sul fluttuare lieve dei campi di grano, le allodole che tra i cirri mattutini frullano alte nel cielo, il pensoso meriggio, il sussurrio della notte, pure non è di casa sulla terra, non condivide di solito la gioia di coloro che invece vi si sentono a casa. <<Tutto è così pieno di allegria;>> pensa standosene, come fa spesso, in cima a un albero, sospeso sul mondo <<non c’è un’anima che pensi a te. Così mi accade sempre e in ogni luogo. Ognuno si è fatto un posticino sulla terra, ha la sua stufa accesa, la sua tazza di caffè, la sposa, il suo bicchiere di vino la sera, ed è beato e contento…Io non mi trovo bene da nessuna parte. E’ come se fossi arrivato dovunque troppo tardi, come se il mondo non avesse affatto contato sulla mia persona.>> Si paragona a un istrice tutto racchiuso in sé stesso, a una civetta appollaiata tra le rovine, a un tarabuso nel canneto di uno stagno solitario. Allora stacca il suo violino dalla parete e parla con lui: <<Vieni da me, mio fido strumento! Il nostro regno non è di questo mondo.>> E’ un genio e un artista, cosa che non sostengono né lui né il poeta e che invece è dimostrata con bella evidenza dalle sue stesse canzoni. Tuttavia la sua natura non presenta il minimo tocco di eccentricità, nulla di problematico, demoniaco, patologico. Niente lo caratterizza meglio del suo <<raccapriccio>> per i discorsi, congestionati e selvaggiamente belli, tenuti nel giardino romano dal pittore, un bohémien dai gesti decorativi, che con grottesca gaiezza va sproloquiando di genio e di eternità, di <<spasimi, libagioni, fame>>, <<pallido come un cadavere>> per il gran bere e danzare, la chioma sconvolta al chiaro della luna. Il Buonannulla allora se ne va furtivamente. Benché giramondo, musicante e innamorato, non si intende granché di bohème, perché la bohème è una forma di romanticismo letteraria e lontana dalla natura, mentre lui non è affatto letterario. Egli è popolo, la sua malinconia è quella del canto popolare, la sua gioia di vivere è di quello stesso spirito. E’ sano, anche se non proprio robusto, e non può sopportare le scempiaggini. Egli <<si affida alla guida di Dio, trae dal fodero il suo violino e suona tutti i pezzi suoi più cari, sicché lieto ne echeggiò il bosco solingo>>. Il suo romanticismo non è dunque né isterico né tisico, né voluttuoso né cattolico, né fantastico né intellettuale. E’ un romanticismo per niente depravato e deviato, è umano, e il suo tono di fondo è malinconico-umoristico. Là dove diventa buffo, questo suo tono rammenta in un modo singolare quello di un altissimo umorista del mondo germanico dei nostri tempi, che è popolo anche lui e giramondo interiore: quello di Knut Hamsun. <<“Parlez-vous français?” gli dissi finalmente, spaventato. Egli scosse la testa, il che mi piacque molto perché nemmeno io sapevo il francese.>> Il Buonannulla non smentisce l’umorista nemmeno in amore. Anche il suo amore non è <<pallido come un cadavere>>, è anch’esso umano, cioè malinconico, sentito e umoristico. Mai si butterebbe, come fa quel suo studente e innamorato latino che lo crede una ragazza, ai piedi di qualcuno sbraitando <<Iddio>> e <<cuore>> e <<amore>> e <<furore>>. E quando <<tutto, prorpio tutto gli va bene>>, e può avere l’alta dama del suo cuore, che, grazie a Dio, è solo la nipote di un portiere, allora è <<di animo davvero lieto>> e cava di tasca una manciata di mandorle che ha ancora con sé dall’Italia: <<Ne prese un po’ anche lei, e ci mettemmo a schiacciarle guardando lietamente quei tranquilli paraggi.>> Questo è un umorismo così voluto che non può scaturirne alcun effetto comico involontario, e fa venire in mente che anche i Giovannin della favola non si scompongono più di lui quando ottengono la principessa. Il Buonannulla è ingenuo fino alla goffaggine nei fatti del sesso ed esce fuori da situazioni davvero scabrose, in cui si caccia sempre per via di intrighi, ignaro e puro com’era prima. Che questa sua purezza non riesca sciocca è già uno splendido resultato poetico. E’ la purezza del canto popolare e della favola, sana, senza nulla di eccentrico. Egli ha l’ingenuità e l’umanità spontanea di certe figure come il fanciullo silvano di Wagner, l’eroe dei libri della giungla e di Kaspar Hauser, ma non ha né la muscolatura ipertrofica di Sigfrido, né la sacralità di Parsifal, né la semi-ferinità di Mowgli, né lo spirituale pallore ipogeo di Hauser, che sarebbero tutte qualità eccentriche. Il Buonannulla invece è umano e misurato, è uomo, tanto uomo che non vuole né può essere altro all’infuori di quello: e proprio per questo è il Buonannulla. Infatti si è un Buonannulla quando l’unica nostra prestazione è quella di essere uomo.”

Thomas Mann, “Considerazioni di un impolitico” (cap. “Della virtù”, su “Della vita di un Buonannulla” di Joseph von Eichendorff, 1826).

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Sur le fil – II

Precarietà è camminare sul filo ed aspettare la caduta e, per alcuni, mantenersi in equilibrio ha il sapore un’avventura.
La sensazione di dover approfittare, di potere solo divorare – abituati come si è al digiuno, come se si dovessero fare provviste prima di una lunga carestia – prepara il momento della resa: fantasticata, presagita, inevitabile (?).

“A Enrico Gnei, impiegato, accadde di passare una notte con una bella signora. Uscendo dalla casa di lei, sul presto, l’aria e i colori del mattino primaverile gli s’aprirono dinanzi, freschi, tonificanti e nuovi, e gli sembrava di camminare a suon di musica.
Va detto che solo a un fortunato insieme di circostanze Enrico Gnei doveva quell’avventura: una festa di amici, una particolare e passeggera disposizione della signora – donna peraltro controllata e di non facili abbandoni -, una conversazione in cui egli s’era trovato insolitamente a proprio agio, l’aiuto – da una parte e dall’altra – d’una lieve esaltazione alcolica, vera o simulata che fosse, e poi ancora un’appena secondata combinazione logistica al momento dei commiati: tutto questo, e non un fascino personale del Gnei – o se mai, solo la sua apparenza discreta e un po’ anonima che lo poteva designare come compagno non impegnativo o vistoso -, aveva determinato l’esito inatteso di quella notte. Egli ne era ben cosciente e, modesto d’indole, tanto più teneva la sua fortuna per preziosa. Sapeva pure il fatto che non avrebbe avuto nessun seguito; né se ne doleva, perché una relazione continuata avrebbe comportato problemi troppo imbarazzanti per il suo tenore di vita abituale. La perfezione dell’avventura stava nell’esser cominciata e finita nello spazio d’una notte. Dunque, Enrico Gnei era quel mattino un uomo che ha avuto quanto di meglio poteva desiderare al mondo.
La casa della signora era in collina. Gnei scendeva un viale verde e odoroso. Era più presto dell’ora in cui soleva uscire di casa per l’ufficio. La signora l’aveva fatto sgusciare via allora, perché la servitù non lo vedesse. Il non aver dormito non gli pesava, anzi gli dava come una innaturale lucidezza, un’eccitazione non più dei sensi ma dell’intelletto. Un muovere di vento, un ronzio, un odore d’alberi gli parevano cose di cui dovesse in qualche modo impossessarsi e godere; e non si riadattava a modi di gustare la bellezza più discreti.
Poiché, uomo metodico qual era, l’essersi levato in casa altrui, l’essersi rivestito in fretta, senza radersi, gli lasciavano addosso un’impressione di scombinamento d’abitudini, pensò per un momento di fare una scappata a casa, prima d’andare in ufficio, per farsi la barba e rassettarsi. Il tempo l’avrebbe avuto, ma Gnei scacciò subito l’idea, preferì convincersi che era tardi, perché lo prese il timore che la casa, la ripetizione di gesti quotidiani dissolvessero l’atmosfera di straordinarietà e ricchezza in cui ora si muoveva.”

Italo Calvino, “L’avventura di un impiegato”

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