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Sur le fil – II

Precarietà è camminare sul filo ed aspettare la caduta e, per alcuni, mantenersi in equilibrio ha il sapore un’avventura.
La sensazione di dover approfittare, di potere solo divorare – abituati come si è al digiuno, come se si dovessero fare provviste prima di una lunga carestia – prepara il momento della resa: fantasticata, presagita, inevitabile (?).

“A Enrico Gnei, impiegato, accadde di passare una notte con una bella signora. Uscendo dalla casa di lei, sul presto, l’aria e i colori del mattino primaverile gli s’aprirono dinanzi, freschi, tonificanti e nuovi, e gli sembrava di camminare a suon di musica.
Va detto che solo a un fortunato insieme di circostanze Enrico Gnei doveva quell’avventura: una festa di amici, una particolare e passeggera disposizione della signora – donna peraltro controllata e di non facili abbandoni -, una conversazione in cui egli s’era trovato insolitamente a proprio agio, l’aiuto – da una parte e dall’altra – d’una lieve esaltazione alcolica, vera o simulata che fosse, e poi ancora un’appena secondata combinazione logistica al momento dei commiati: tutto questo, e non un fascino personale del Gnei – o se mai, solo la sua apparenza discreta e un po’ anonima che lo poteva designare come compagno non impegnativo o vistoso -, aveva determinato l’esito inatteso di quella notte. Egli ne era ben cosciente e, modesto d’indole, tanto più teneva la sua fortuna per preziosa. Sapeva pure il fatto che non avrebbe avuto nessun seguito; né se ne doleva, perché una relazione continuata avrebbe comportato problemi troppo imbarazzanti per il suo tenore di vita abituale. La perfezione dell’avventura stava nell’esser cominciata e finita nello spazio d’una notte. Dunque, Enrico Gnei era quel mattino un uomo che ha avuto quanto di meglio poteva desiderare al mondo.
La casa della signora era in collina. Gnei scendeva un viale verde e odoroso. Era più presto dell’ora in cui soleva uscire di casa per l’ufficio. La signora l’aveva fatto sgusciare via allora, perché la servitù non lo vedesse. Il non aver dormito non gli pesava, anzi gli dava come una innaturale lucidezza, un’eccitazione non più dei sensi ma dell’intelletto. Un muovere di vento, un ronzio, un odore d’alberi gli parevano cose di cui dovesse in qualche modo impossessarsi e godere; e non si riadattava a modi di gustare la bellezza più discreti.
Poiché, uomo metodico qual era, l’essersi levato in casa altrui, l’essersi rivestito in fretta, senza radersi, gli lasciavano addosso un’impressione di scombinamento d’abitudini, pensò per un momento di fare una scappata a casa, prima d’andare in ufficio, per farsi la barba e rassettarsi. Il tempo l’avrebbe avuto, ma Gnei scacciò subito l’idea, preferì convincersi che era tardi, perché lo prese il timore che la casa, la ripetizione di gesti quotidiani dissolvessero l’atmosfera di straordinarietà e ricchezza in cui ora si muoveva.”

Italo Calvino, “L’avventura di un impiegato”

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