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Della vita di un Buonannulla

“Il Buonannulla dunque, per venire alla sua persona, è un garzone di mugnaio che si è preso quel brutto soprannome perché a casa non è buono a fare altro che stirarsi al sole e suonare il violino; sicché il padre, montato su tutte le furie, lo manda in giro per il mondo a guadagnarsi il pane. <<Bene>>, dice allora il giovine <<se io sono un buono a nulla, voglio andare per il mondo a far fortuna>>. E mentre a destra e a sinistra i compagni, <<come ieri, avant’ieri e sempre>>, si avviano a lavoro, a vangare e ad arare, lui, <<con un’eterna domenica>> in cuore, attraversa tutto il villaggio col suo violino, e poi via, per il libero mondo. Con una sua canzone nuova di zecca, <<A chi Dio vuol mostrarsi benigno>>, naturalmente attira su di sé l’attenzione di due dame di campagna sulla loro <<splendida carrozza da viaggio>> e lo portano sul predellino diritto fino a Vienna, che a caso egli aveva dato come mèta del suo viaggio. Incomincia così il trasognato carosello delle sue avventure tedesche e italiane, la storia del suo amore per quella bellissima nobile donna, che è una storia senza forza di volontà, una storia svogliatella che si irretisce in un intrico da opera lirica, per poi finire fanciullescamente bene, rivelando il carattere tutto candore e irresponsabilità di colui che la vive e la racconta.

Il carattere del Buonannulla è il seguente: i suoi bisogni pendolano fra la pigrizia integrale, una pigrizia da fargli crocchiare le ossa, e un istinto erratico pieno di vaghe attese che gli fa vedere le strade del mondo come ponti, aerei ponti lanciati in lontananza sul tralucente paesaggio. E non solo è inutile lui, ma desidera vedere buono a nulla il mondo intero; e quando ha da curare un orticello butta via tutte le piante di patate e gli ortaggi che ci trova e lo coltiva tutto, con stupore della gente, a piante di fiori rari di cui però vuol fare dono all’altissima dama del suo cuore, piante che dunque hanno uno scopo, ma solo delicato e non pratico. Appartiene alla famiglia dei figli più piccini e di quei Giovannin della favola un po’ tocchi da cui nessuno spera nulla di buono e che poi invece vincono la prova e prendono il moglie la figlia del re. Per dir meglio, è un beniamino di Dio che in sogno lo ispira, e lui lo sa bene; infatti quando parte per il mondo, non ripete il discorso di suo padre del guadagnarsi il pane da sé, ma dice chiaro e tondo che se ne va a far fortuna. Poi ha un viso tanto grazioso che in Italia, dove, a sua insaputa, per via di intrighi è scambiato per una fanciulla travestita, un focoso studente prende per lui una cotta disperata e ogni cuore prova per lui un palpito gentile. Ma nonostante tutto, e per quanto egli ami con l’animo più grato e si goda commosso la terra così bella allo sguardo di chi la gira, il fresco cantare dei galli sul fluttuare lieve dei campi di grano, le allodole che tra i cirri mattutini frullano alte nel cielo, il pensoso meriggio, il sussurrio della notte, pure non è di casa sulla terra, non condivide di solito la gioia di coloro che invece vi si sentono a casa. <<Tutto è così pieno di allegria;>> pensa standosene, come fa spesso, in cima a un albero, sospeso sul mondo <<non c’è un’anima che pensi a te. Così mi accade sempre e in ogni luogo. Ognuno si è fatto un posticino sulla terra, ha la sua stufa accesa, la sua tazza di caffè, la sposa, il suo bicchiere di vino la sera, ed è beato e contento…Io non mi trovo bene da nessuna parte. E’ come se fossi arrivato dovunque troppo tardi, come se il mondo non avesse affatto contato sulla mia persona.>> Si paragona a un istrice tutto racchiuso in sé stesso, a una civetta appollaiata tra le rovine, a un tarabuso nel canneto di uno stagno solitario. Allora stacca il suo violino dalla parete e parla con lui: <<Vieni da me, mio fido strumento! Il nostro regno non è di questo mondo.>> E’ un genio e un artista, cosa che non sostengono né lui né il poeta e che invece è dimostrata con bella evidenza dalle sue stesse canzoni. Tuttavia la sua natura non presenta il minimo tocco di eccentricità, nulla di problematico, demoniaco, patologico. Niente lo caratterizza meglio del suo <<raccapriccio>> per i discorsi, congestionati e selvaggiamente belli, tenuti nel giardino romano dal pittore, un bohémien dai gesti decorativi, che con grottesca gaiezza va sproloquiando di genio e di eternità, di <<spasimi, libagioni, fame>>, <<pallido come un cadavere>> per il gran bere e danzare, la chioma sconvolta al chiaro della luna. Il Buonannulla allora se ne va furtivamente. Benché giramondo, musicante e innamorato, non si intende granché di bohème, perché la bohème è una forma di romanticismo letteraria e lontana dalla natura, mentre lui non è affatto letterario. Egli è popolo, la sua malinconia è quella del canto popolare, la sua gioia di vivere è di quello stesso spirito. E’ sano, anche se non proprio robusto, e non può sopportare le scempiaggini. Egli <<si affida alla guida di Dio, trae dal fodero il suo violino e suona tutti i pezzi suoi più cari, sicché lieto ne echeggiò il bosco solingo>>. Il suo romanticismo non è dunque né isterico né tisico, né voluttuoso né cattolico, né fantastico né intellettuale. E’ un romanticismo per niente depravato e deviato, è umano, e il suo tono di fondo è malinconico-umoristico. Là dove diventa buffo, questo suo tono rammenta in un modo singolare quello di un altissimo umorista del mondo germanico dei nostri tempi, che è popolo anche lui e giramondo interiore: quello di Knut Hamsun. <<“Parlez-vous français?” gli dissi finalmente, spaventato. Egli scosse la testa, il che mi piacque molto perché nemmeno io sapevo il francese.>> Il Buonannulla non smentisce l’umorista nemmeno in amore. Anche il suo amore non è <<pallido come un cadavere>>, è anch’esso umano, cioè malinconico, sentito e umoristico. Mai si butterebbe, come fa quel suo studente e innamorato latino che lo crede una ragazza, ai piedi di qualcuno sbraitando <<Iddio>> e <<cuore>> e <<amore>> e <<furore>>. E quando <<tutto, prorpio tutto gli va bene>>, e può avere l’alta dama del suo cuore, che, grazie a Dio, è solo la nipote di un portiere, allora è <<di animo davvero lieto>> e cava di tasca una manciata di mandorle che ha ancora con sé dall’Italia: <<Ne prese un po’ anche lei, e ci mettemmo a schiacciarle guardando lietamente quei tranquilli paraggi.>> Questo è un umorismo così voluto che non può scaturirne alcun effetto comico involontario, e fa venire in mente che anche i Giovannin della favola non si scompongono più di lui quando ottengono la principessa. Il Buonannulla è ingenuo fino alla goffaggine nei fatti del sesso ed esce fuori da situazioni davvero scabrose, in cui si caccia sempre per via di intrighi, ignaro e puro com’era prima. Che questa sua purezza non riesca sciocca è già uno splendido resultato poetico. E’ la purezza del canto popolare e della favola, sana, senza nulla di eccentrico. Egli ha l’ingenuità e l’umanità spontanea di certe figure come il fanciullo silvano di Wagner, l’eroe dei libri della giungla e di Kaspar Hauser, ma non ha né la muscolatura ipertrofica di Sigfrido, né la sacralità di Parsifal, né la semi-ferinità di Mowgli, né lo spirituale pallore ipogeo di Hauser, che sarebbero tutte qualità eccentriche. Il Buonannulla invece è umano e misurato, è uomo, tanto uomo che non vuole né può essere altro all’infuori di quello: e proprio per questo è il Buonannulla. Infatti si è un Buonannulla quando l’unica nostra prestazione è quella di essere uomo.”

Thomas Mann, “Considerazioni di un impolitico” (cap. “Della virtù”, su “Della vita di un Buonannulla” di Joseph von Eichendorff, 1826).

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