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Ambivalenza da contatto.

A me non sembra vero, che tu abbia ancora voglia di toccarmi, di baciarmi e di perseguire attraverso di me un tuo piacere. Non ho un corpo avvenente e seducente, le mie parole sono monotòne, i miei discorsi oziosi, i miei occhi pigri e le mie mani legate. Le nostre ossa si scontrano ma tu mi guardi, e mi sorridi, e gemi, ed io ho così paura di stancarti. Ho certezza di stancarti. Se provo ad esserci più spesso io ti mostro, mio malgrado, tutto ciò che sono. E ciò che sono non va bene.
E attorno vedo altre possibili occasioni. Il mio sguardo ancora si perde nel tutto che si polverizza in nulla.
Non so che cosa voglio, mai. Abbracciarti, sentire la tua pelle, sì. Ma poi?
Scompari. Scompaio. Ho bisogno ciclicamente di ricrearmi.
Che cosa c’è che non va in quella tua testa, per cui è me che cerchi quando vuoi calore?
Forse oggi smetterai? Quando ti mostrerò altro, ancora, di me, non ci sarai più?
E’ per via di questa paura che ti sento così vicino e poi così lontano e poi infine non sento più niente?
Una bolla rende il mondo ovattato, dà la spiacevole sensazione di non esserci ma, anche, permette di non sentire tutta quell’angoscia. Una bolla è un cuscino para-colpi.

bpdlove

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Re-gre-dì-re.

Regredire

verbo
intransitivo

  1. tornare indietro
  2. (senso figurato) abbassarsi di livello, tornare ad un livello inferiore
  3. (senso figurato) abbassarsi, diminuire di intensità
  4. (psicologia) tornare indietro ad una condizione o stadio di sviluppo precedente, arretrato di alcune capacità, specialmente in relazione alle capacità intellettive rispetto all’infanzia

Fallisco apposta. Regredisco. Niente va come avevo programmato.
Voglio mollare tutto ma non ne ho il coraggio e allora lascio che sia tutto a mollare me.
Ho paura che non sarò mai all’altezza di quello che mi circonda. Eppure sono così tante le cose che vorrei.
Voglio rifare tutto daccapo, cancellare e disegnare tutto in un altro modo, più simile a quello che avrei voluto, per me.

“La parola che meglio caratterizza la personalità borderline è “instabilità”. Le emozioni sono instabili, ampiamente fluttuanti, spesso senza una ragione evidente. I processi di pensiero sono instabili: a volte razionali e chiari, altre volte estremi e distorti. Il comportamento è instabile: periodi con un comportamento eccellente, elevata efficienza e affidabilità si alternano a improvvise regressioni a condizioni infantili di impotenza e rabbia, con improvvise interruzioni nel lavoro, ritirandosi nell’isolamento, fallendo.”

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Noli me tangere.

Immagino di consumarmi. Che la carne si assottigli attorno alle ossa, che le gambe vadano per conto proprio. Immagino di vivere senza gravità.
Immagino di destreggiarmi tra corpi diversi, sconosciuti, nudi, incuranti di me. Solo il tempo di un atto meccanico e nessuna carezza.

Intanto dimentico che tu esisti. Sfuggo alle tue mani che mi cercano. Cosa vuoi da me? Io non posso darti niente. Non lo vedi?
Mi arrendo al desiderio di essere distrutta. Forse è l’unico surrogato che conosco dell’amore.
Se mi ami veramente, non mi toccare.

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E-vita-re.

L’evitamento si conferma strategia principe e perdente per ovviare al troppo, insostenibile sentire.
Non riesco a vivere, allora mi dileguo. Esco di scena, resto a casa. Evito una buona quota di sofferenza.
Sì, la sofferenza auto-generata mi pare preferibile. Sì. Perdo.

“Ricordo quando s’ammalò (…) – Cosimo – principiai a dirgli – hai 65 anni passati, come puoi continuare a star lì in cima? Ormai quello che volevi dire l’hai detto, abbiamo capito, è stata una gran forza d’animo la tua, ce l’hai fatta, ora puoi scendere. Anche per chi ha passato tutta la vita in mare c’è un’età in cui si sbarca.
– Macché.
Fece di no con la mano.”

Italo Calvino, “Il barone rampante”

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Burn-out.

Oggi mi sono svegliata con dolori muscolari allucinanti. L’ansia e lo stress mi divorano i tessuti.
Ho riflettuto su ciò che mi accade ed ho capito.
Per paura di marcire da sola o per punirmi per quello che mi è successo mesi fa pretendo di riuscire a sedurre chiunque e violentarmi, ignorando il fatto che a stento riesco a reggere lo sguardo di un altro essere umano e che ho una matassa enorme da sbrogliare.
Ma perché non posso vivere in pace e tranquillità e lasciar correre le cose come vengono?

Oggi voglio cercare di mettere tutto da parte, andare a fare due passi, non darmi compiti o obiettivi assurdi che ovviamente non riesco a raggiungere. Voglio cercare di placarmi. So che le cose arrivano quando smetti di cercarle ossessivamente e compulsivamente come se fosse l’ultimo tuo giorno di vita sulla Terra.
Non voglio andare a lavorare, non voglio vedere il mio amico, non voglio stare tra la gente, cercare gli sguardi degli uomini, rispondere al telefono né parlare con chi non potrebbe capire. Voglio andarmene sul lungomare da sola e fumare, o scrivere, o non fare niente. Vorrei non pensare. E non cercare la compagnia di nessuno.
Vorrei poter stare sola, ferma, senza ansia, senza il bisogno continuo ed impellente di piangere, a guardare il mare.

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Oasi.

Alle volte per distrarsi basta poco. Mi affaccio alla vita trovando consensi che mi imbarazzano.
Se solo riuscissi a non abbassare lo sguardo ad ogni incontro che si fa troppo ravvicinato riuscirei a riempire di umanità questo vuoto.
Se io mi avvicino i ragazzi mi sorridono, mi parlano, mi offrono da fumare ed io cerco di non pensare sempre e comunque che ciò accada per motivi loschi, oscuri e diversi dal fatto che semplicemente mi trovano carina.
Ma solo a tratti mi rilasso e placo la compulsione. Anche tra ciò che c’è di più umano si può trovare bulimia, collezionismo, smania di avere, possedere ed accumulare.

Io non voglio essere una macchina che ingurgita e vomita. Io voglio mantenere questo aspetto umano, paziente. Voglio fermare questo attimo ed ingigantirlo, tenerlo così, fermo, nella mente e nella pelle.

Non voglio andare a dormire, non voglio ricadere nell’oblio. Voglio aggrapparmi come ad un ramo su un dirupo a questi momenti di rara quiete. Voglio imparare a stare, e a non avere ogni volta questa paura – certezza – di affogare di nuovo.

Ho paura, angoscia, ancora, di non riuscire a vivere. Di non reggere tutta quella inebriante, soffocante, castrante, invalidante febbre di sentire.

E sempre un velo di tristezza copre ogni attimo di tersione, sempre una nube di “E poi?” uccide ogni possibilità di silenzio, pace ed attenzione.

“Chi mi restituirà l’innocenza precedente alla mia analisi?”

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Privativo – cap. ciclico.

Vivere non mi è concesso. L’amore, gli abbracci, i baci, le gambe che si intrecciano, gli sguardi compiaciuti, i sorrisi. Non sono per me. E’ per me la lama che affonda nella pelle, è per me mangiare fino ad avere disgusto di me, è per me sporcare il pavimento di vomito, è per me privarmi della vita mentre tu ridi, fai l’amore, abbracci, baci, sorridi, dici, fai con qualcun altro ciò che dicevi di voler fare con me.

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