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Lettera mai inviata da leggere all’Hyde Park Corner.

So bene che non dovrei scriverti, perché tutto quello che mi macina in testa sono fatti miei che interessano a me, e di certo non a te. Ma sono così stanca di fare le cose più sagge. Vorrei che i miei impulsi si liberassero a caso nell’etere creando danni dove capita.

So che tutto quello che posso scriverti può risultare pesante, drammatico, noioso, fuori luogo, esagerato, sproporzionato o delirante. Accuse e scuse che si succedono una dopo l’altra senza un filo di coerenza.
Perché sì, come tutte le volte in cui mi sento rifiutata come un’appestata, alterno il pensiero che sia tutta colpa mia con quello che chi lo fa sia una merda. Probabilmente non è vera nessuna delle due cose. E a volte vorrei non sapere neanche questo. Vorrei solo vivere quello che sento e basta, accusare e scusarmi ed impazzire, ma neanche questo mi è concesso.
Ma non riesco a non pensare a certe cose. Al fatto che tu abbia insistito tanto, che abbia cercato di smussarmi, di ammorbidirmi, di piegarmi dalla tua parte, a mio avviso immaginando – ma sicuramente e comprensibilmente non avendo idea di quanto – che per me fosse molto difficile ed oneroso farlo.
So che non puoi avere la minima idea di quanto mi costi anche solo mandarti un messaggio, o dirti che mi manchi. Non puoi averla perché tu in una settimana – se così davvero è – sei capace di “frequentare una persona”. Non puoi sapere cosa significhi stare seduti su dei gradini di scale e morire dalla voglia di dare un bacio ma non poterlo fare. E’ come se tutte le intenzioni, i desideri, gli slanci, la vita si infrangessero, anzi, meglio ancora, rimbalzassero contro una parete rigida di pensiero, ridondante, intrusivo, e di paura. Perché anche io – cosa credi – vivo slanci che poi si affievoliscono. Anzi, muoiono. Ma questa cosa mi terrorizza. Io lo so e, invece di cavalcarli e andare a sbattere, forte (sarebbe meglio dire debole) di questa consapevolezza mi blocco e non faccio nulla. Non voglio creare dolore. E dopo ho solo voglia di strapparmi la carne per la frustrazione, pur di comunicare in qualche modo quello che, per quanto cerchi di negare e reprimere, sento. Suppongo questa differenza sia l’abisso tra chi esplode e chi implode, tra chi aggredisce l’altro e chi sé stesso.
So bene che, a chi vive, le cose possono capitare. So che non esiste partita tra una persona fisica, che può essere da te quando vuoi, che ti abbraccia, ti bacia e ti succhia il cazzo e tutto il resto, e una persona che non si capisce neanche se esiste e che, quando sembra fare capolino all’esistenza, si contorce in mille perché e per come e giravolte anche solo per partorire una parola carina. Neppure colui che più si disprezza al mondo sceglierebbe la seconda tra queste due, e nessuno penserebbe mai di biasimarlo per questo.
Dico solo che tutto questo presunto interesse, che sparisce al primo soffio di vento, mi fa pensare che per te tutto sia labile, precario, inconsistente. Mi sembra che tu sia molto più interessato a riempire il tuo vuoto che ad approfondire ciò che dici di voler approfondire. Che per te chi sia a riempirlo sia una questione secondaria.
Ed è questa intercambiabilità che mi spaventa.
O forse è qualcosa che esiste solo riguardo me.
So anche che tutto quello che ho vissuto non esiste. So che tu non esisti, non certo come penso io. Non lo so, chi ti ha mai visto. Eppure le idee si delineano così marcatamente da risultare vivide più della realtà, certe volte. Spesso mi faccio infinita pena e tristezza perché mentre gli altri vivono la propria vita io vivo cose immaginarie e prive di concretezza – roba che a confronto Pessoa era un pragmatico e un latin lover – ma d’altra parte non posso neanche negare il fatto di viverle. Dovrei pur prendermi la responsabilità di quello che sento e sforzarmi di non giudicarlo o pretendere di essere come gli altri.
Avrei voluto solo che tu non mi coinvolgessi in questi tuoi slanci vacui e fragili. Io non faccio parte di questa leggerezza.
Avrei voluto che avessi avuto più cura di chi, a fatica, con grande sforzo, piano scioglieva i suoi nodi nelle tue mani.
Lo so, sono greve. Eppure, certe volte mi sorprendo a pensare che non ho poi nulla in meno degli altri. Esco dalla continua e opprimente sensazione di essere difettata e immeritevole come da una lunga permanenza sott’acqua. Respiro affannosamente e a quel punto vorrei prendermi tutto. Ma ovviamente non posso. Chissà quando imparerò che l’amore o l’interesse altrui non si meritano e che non c’è nessun peccato da espiare, nessuna macchia da lavare.
Non so perché ti scrivo. Non so perché ho avuto a volte la sensazione che tu mi fossi molto vicino, che potessi in qualche modo capirmi e sentire come me. Una sensazione spesso ed inevitabilmente seguita da quella di una fredda ed inquietante estraneità, distanza, abisso.
Io non ci riesco proprio, a vivere. Ma la cosa più grottesca è che se lo dico non ci si crede, perché ostento padronanza, ironia, lucidità.
Allora, lo sai, mi viene proprio voglia di non ostentarle più, di comportarmi da pazza, da menomata, da scema. Solo se ti butti a terra sanguinante o ti rompi una gamba o assumi l’aspetto di un morto che cammina ti si inizia a guardare veramente, quando sei un clown triste, un fenomeno da baraccone che fa ridere tutti ma a cui nessuno tende una mano o concede un abbraccio.
Certe volte mi manchi in un modo totalmente insensato ed illogico, ma vabbe’, pazienza. Chi sei, in fondo? Dove sei?
E’ il caso che mi sforzi di provare a vivere pure io. Anche se per me è tutto un macigno, un’impresa, una lotta per la quale spesso mi pare di non avere armi od energie.
Alla fine hai ragione tu, non se ne poteva cavare nulla di buono. Ma mi chiedo lo stesso se sia stato giusto lasciar cadere tutto. Perché è quello che, nonostante tutte le parole, hai voluto fare.
Ciao,
E.
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