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Oasi.

Alle volte per distrarsi basta poco. Mi affaccio alla vita trovando consensi che mi imbarazzano.
Se solo riuscissi a non abbassare lo sguardo ad ogni incontro che si fa troppo ravvicinato riuscirei a riempire di umanità questo vuoto.
Se io mi avvicino i ragazzi mi sorridono, mi parlano, mi offrono da fumare ed io cerco di non pensare sempre e comunque che ciò accada per motivi loschi, oscuri e diversi dal fatto che semplicemente mi trovano carina.
Ma solo a tratti mi rilasso e placo la compulsione. Anche tra ciò che c’è di più umano si può trovare bulimia, collezionismo, smania di avere, possedere ed accumulare.

Io non voglio essere una macchina che ingurgita e vomita. Io voglio mantenere questo aspetto umano, paziente. Voglio fermare questo attimo ed ingigantirlo, tenerlo così, fermo, nella mente e nella pelle.

Non voglio andare a dormire, non voglio ricadere nell’oblio. Voglio aggrapparmi come ad un ramo su un dirupo a questi momenti di rara quiete. Voglio imparare a stare, e a non avere ogni volta questa paura – certezza – di affogare di nuovo.

Ho paura, angoscia, ancora, di non riuscire a vivere. Di non reggere tutta quella inebriante, soffocante, castrante, invalidante febbre di sentire.

E sempre un velo di tristezza copre ogni attimo di tersione, sempre una nube di “E poi?” uccide ogni possibilità di silenzio, pace ed attenzione.

“Chi mi restituirà l’innocenza precedente alla mia analisi?”

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