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Lavoro.

Il lavoro dipendente mi fa orrore. La monotonia, la fissità degli orari, l’occupazione di una vita con qualcosa di molto al di sotto delle mie potenzialità. Lo spreco di una vita. La noia. La divisa assegnata. La puzza di frittura. Essere così stanca da non riuscire neanche a scrivere. Credo che reggerò per molto poco.
Ma, d’altra parte, qual è la mia alternativa? Ho bisogno di questo. Ho bisogno di questo per non sprofondare. Devo ricordarmelo sempre bene, ogni giorno. Ho bisogno di questo per non sprofondare.

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Idiozie.

E’ molto stupido il modo in cui cerco di punirmi. Mi dicono che le punizioni inflitte adesso non hanno effetto retroattivo. Mi dicono anche che, per me, il contatto con il mio corpo e le mie emozioni è troppo doloroso e sono costretta a difendermi con controllo ed intellettualizzazione. Mi dicono che ho un problema che non dovrei sottovalutare e che dovrei curare. Io no. Ho 30 anni, è tardi per tutto. Devo essere autosufficiente. E’ quello che conta. Curarsi è un lusso, stare bene è un lusso. Ciò che conta è non pesare sugli altri. Tutto quello che posso fare è comunicare con i soldi. Che cosa ti aspettavi? Non me lo hai forse insegnato tu? Comunicare attraverso il cibo, l’abbigliamento, i soldi. Non attraverso le parole. Cosa ti aspettavi? Il frutto del tuo amore malato è cresciuto, è maturato ed è anche marcito. Non ha più speranze di redenzione. Soffre ma crede di meritarlo. Non crede di meritare il bene, l’amore, la festa, la vita. Si punisce e si punirà a vita, fino a che riuscirà a reggerla.

Io non merito di essere amata, io non merito di essere rispettata, io non merito di stare bene.

Che risultati, questi 10 anni di terapia. Complimenti a tutti quanti, e complimenti a me.

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Sullo stupro. Ancora.

Riflessioni sulla vita debosciata

Sono molto addolorata dalla lettura di un articolo riguardante lo scagionamento dei sei giovani arrestati nel 2008 per lo stupro di gruppo di Fortezza da Basso. La ragazza, dice il giornalista, era nota per le sue libertà sessuali. Premetto che odio la giustizia da talk-show del primo pomeriggio e ritengo che effettivamente solo i presenti all’accaduto siano veramente custodi della verità dei fatti. Ma il mio dolore è dovuto, in realtà, alla lettura di molti commenti superficiali, atroci, terribili sul tema dello stupro e dell’abuso sessuale avvenuta di recente da queste parti ed altrove. Negli ultimi mesi, con grande sofferenza, ho avuto modo di riflettere, confrontarmi, leggere e sapere che il numero di donne vittime di abusi sessuali è di gran lunga superiore a quello che normalmente si ritiene, e nel quale rientrano generalmente quelle che lo denunciano, quelle che hanno subìto uno stupro “classico ed eclatante” e che vengono…

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I segni, invisibili, della violenza sessuale.

“Non sono stati riscontrati segni di violenza sessuale sul corpo.”

La prima volta che ho avuto il coraggio di pronunciare la parola “stupro” riferendomi a quello che mi aveva fatto G. è stata durante una conversazione con un ragazzo con il quale stavo parlando di sesso. Lui mi ha detto: “Vabe’, ma non ti ha legata o imbavagliata o minacciata con un’arma”, mettendo così a dura prova il faticoso e paziente lavoro che avevo fatto su me stessa in tutti quei mesi.
Effettivamente, lui non lo aveva fatto. Non mi aveva picchiata, né minacciata, né aveva usato oggetti per immobilizzarmi. A dire proprio la verità, non aveva fatto niente, a parte ignorare il mio rifiuto, le mie preghiere e le mie lacrime. E, a parte rifiutarmi con le parole, pregarlo di smetterla e piangere, non avevo fatto niente neanche io. Non avevo scalciato, non lo avevo morso, non avevo urlato e non avevo tentato di scappare.
E non era stato soltanto questo a minare la credibilità di quella parola che ora, non più così titubante ed incerta, ma finalmente quasi sicura di sé, usciva sempre più prepotentemente dalle mie labbra. Ancor più lo era stato il fatto che G. non era stato per me uno sconosciuto, né quello che si definisce comunemente un delinquente od un malvivente. Al contrario, era una persona della quale ero stata innamorata e con la quale avevo condiviso momenti meravigliosi. Certo, molto probabilmente erano stati momenti importanti più per me che per lui, ma anche lui, in fondo, affermava e qualche volta dimostrava di volermi bene. O almeno questo era quello che io avevo voluto credere.
Non riesco a ricordare e definire esattamente il momento in cui ero diventata così vulnerabile, manipolabile ed incapace di difendermi, ma ricordo invece nitidamente e con precisione di dettagli il giorno in cui il mutuo consenso era diventato, da elemento scontato e necessario quale era stato in passato, un dettaglio assolutamente trascurabile ed indegno di considerazione da parte sua all’interno dei nostri rapporti sessuali.
Ma, per elaborare una disgrazia, è indispensabile a volte che questa venga vista e riconosciuta da qualcuno che non siamo noi. Perché si possa finalmente accettare ed ammettere di avere subìto un torto, è condizione necessaria che questo venga ritenuto tale anche da almeno un altro essere umano, che possa fungere da specchio delle nostre sensazioni e darci conferma del fatto che queste corrispondano a dei fatti universalmente condivisibili e non ad interpretazioni arbitrarie di essi, filtrate dalle nostre sensazioni, delle quali abbiamo imparato a non fidarci.
Come potevo, io, affermare di avere subìto uno stupro? Se una donna in minigonna, o ubriaca, o che non presenta sul corpo segni di violenza fisica, veniva ritenuta dai più colpevole della propria disgrazia, se questa stessa disgrazia veniva sminuita e non considerata tale dalla maggior parte degli uomini – ora pronti a discettare e deliberare sul confine che separa un rapporto sessuale consenziente da uno stupro come se si trattasse di una questione opinabile e passibile di discussione, e non piuttosto evidente ed ovvia – come potevo io, che conoscevo il mio abusatore, che lo avevo amato, che lo avevo desiderato e della cui compagnia sessuale, in precedenza, avevo goduto pienamente e con ardore, essere considerata da altri vittima di un abuso?
G. non è stato mai denunciato. Ancora oggi lavora sodo ed è rispettato ed ammirato da tutti. I suoi rapporti sono promiscui e superficiali e quando, di recente, spinta dalla parte di me che lo vede ancora come il compagno dei miei momenti felici, l’ho stupidamente cercato per chiedergli se ripensa mai a quello che è successo tra noi, mi ha riso in faccia e mi ha detto che sono nel pieno di una crisi di mezza età perché penso sempre al passato.

La sua vita continua indisturbata. La sua persona, solida, granitica, sorda, chiusa al contatto con la propria emotività e con il dolore altrui, non è stata minimamente intaccata da quella serie di episodi che, invece, hanno fatto di me una persona completamente diversa da quella che ero prima. Si potrebbe dire che su di lui “non sono stati riscontrati segni di violenza sessuale”. Agìta.
Tra di noi esiste un abisso. Siamo due estranei. Noi non apparteniamo neanche più allo stesso pianeta.

Io non avevo fatto niente. Per questo non avevo il diritto di considerarmi una vittima. Ero colpevole dell’abuso che avevo subìto. Sin da bambina mi era stato insegnato che, se qualcuno mi faceva del male, la colpa era mia, perché ero stupida, debole ed incapace di difendermi. E lo stesso, adesso, mi veniva confermato dall’ambiente che mi circondava.
Io non avevo fatto niente perché io amavo G., e volevo disperatamente che mi amasse anche lui. Volevo che, per una volta, mi abbracciasse teneramente, mi tenesse stretta a sé senza dover necessariamente penetrare la mia carne. Solo per una volta. Poi avremmo fatto l’amore, come facevamo prima, con passione, dolcezza, forza, impetuosità. Ma guardando ognuno negli occhi dell’altro. Io non sarei stata un mezzo inerme, un guscio vuoto, una bambola sgonfia tra le sue mani rozze e distratte. Invece, sarei stata la sua amante appassionata, come ero stata sempre.
Per questo non avevo fatto niente. Era la stessa persona che mi aveva fatta sentire protetta e sicura, ed io non potevo non pensare che avrebbe smesso, prima o poi, di masturbarsi attraverso il mio corpo, vedendomi piangere e soffrire a quel modo.

“Non sono stati riscontrati segni di violenza sessuale sul corpo.”

Queste parole, lette, ascoltate, ripetute, mi piegano le labbra timidamente da un lato, come a farmi accennare un amarissimo sorriso.
Penso alla teatralità del corpo, ed alla frequente necessità, da parte di chi soffre, di rendere visibile il proprio tormento. Una necessità dettata, anche, da questo grande bisogno sociale di sangue, ferite, malattie, evidenza e spudoratezza. Non solo i torti subìti devono essere visibili, ma devono fare molto male agli occhi. Devono irritarci la retina ed obbligarci a distogliere lo sguardo rendendoci impossibile l’atto di restare a guardare.
Non tutte le vittime di stupro presentano sul corpo lacerazioni interne od esterne che attestino la violenza. Spesso perché la violenza non è visibile e palpabile.
“Violento” è un aggettivo usato spesso a sproposito, che mi fa sorridere e scuotere la testa con rassegnazione. Un po’ come “scostumato”, “egoista” o “insensibile”. Perché alcune parole non vengono usate mai nell’accezione giusta, reale, originaria, che dovrebbero conservare.
Per me, violente sono proprio le parole, gli affetti, le emozioni, violenta è la solitudine – soprattutto – violenta è la fame. Onestamente, a volte tutto quello che mi può succedere se mi si dà uno schiaffo è che mi si fa un piacere.

“Non sono stati riscontrati segni di violenza sessuale sul corpo.”

Mi abbraccio le costole e sento la gola che mi brucia. So che niente di tutto questo è visibile abbastanza, ancora. Il mio accenno d’amaro sorriso appassisce. Vedo davanti a me ancora tanto duro lavoro. Devo rendere visibili i segni. Qualcuno deve vedere il mio dolore. Così, potrò permettere a me stessa di provarlo, concedermi di sentirlo, smettere di nasconderlo, di reprimerlo e di tirarlo giù con lo sciacquone. Se qualcuno mi vedrà, io accederò all’esistenza, potrò alzare lo sguardo, parlare e raccontare la mia storia senza la paura di essere giudicata, colpevolizzata, derisa.

Non sopportiamo che i nostri congiunti non siano al corrente delle nostre pene, non sopportiamo che continuino a crederci più o meno felici se a un tratto non lo siamo più, ci sono quattro o cinque persone nella vita di ognuno che devono essere informate all’istante di quanto ci succede, non sopportiamo che continuino a credere a quello che non è più, non un minuto oltre, che ci credano sposati se rimaniamo vedovi o con i genitori se rimaniamo orfani, in compagnia se ci abbandonano o in buona salute se ci ammaliamo. Che ci credano vivi se siamo morti.”

— “Domani nella battaglia pensa a me”, Javier Marìas

“Più avanti, appresi l’etimologia della parola “malattia”. Eramal-à-dire, far fatica a dire. Il malato era colui che faceva fatica a dire qualcosa. Il suo corpo lo diceva al posto suo sotto forma di malattia. Idea affascinante, per l’implicazione che, superando quella difficoltà, non si soffrirebbe più.”

– “Biografia della fame”, Amélie Nothomb

*cfr: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2015/07/03/perche-molte-vittime-di-stupro-non-lottano-o-gridano/

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