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Offesa.

Il ripopolarsi della città mi offende. Le richieste di appuntamento mi feriscono. Feriscono il mio abbandono, la disperazione in cui sono sprofondata, la mia depressione.

Dov’eravate mentre io rovistavo tra i miei vuoti, mentre mi facevo male, mentre morivo da sola in questo silenzio desertico e tombale che ora sta tornando a riempirsi di rumore, di musica, di sorrisi abbronzati e tonici che stridono così tanto con la mia tristezza bianca e malaticcia?

Io faccio fagotto, ora che tutto sta riprendendo vita, e me ne vado. Sono arrabbiata con la vita, non ho rispetto di qualcosa che non ha nessun rispetto per me.

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Contra se ipsum.

Io dico che non tutti hanno quello che si meritano, perché quasi niente, nel mondo, è meritocratico. Il merito è una categoria cattolica e malata. Credo, però, che ognuno abbia ciò che crede di meritarsi. E, quindi, si può essere totalmente artefici della propria rovina. E nessuno può fare niente per impedirla, soprattutto se ha fatto già di tutto per agevolarla.
Però, con tanta forza si può fare un grande sforzo e formulare il proposito di passare dall’altra parte, di cambiare verso, di dire “Io esisto”, di guarire. Il percorso è molto lungo ed impervio ma, come mi è stato detto tanto tempo fa, “La guarigione è un percorso lungo, ma la scelta di guarire si fa in un attimo.”

E non si può impedire di fare del male agli altri per tenersi in piedi.

Ma è davvero necessario scegliere?

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