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Al culmine della disperazione

Negli ultimi due giorni ho fatto due cose che non facevo da tanto tempo: ho suonato ed ho letto. Per pochissimo tempo entrambe le cose. Ho suonato il piano in un’oretta di solitudine strappata perché i miei erano usciti, ed ho letto oggi in treno dopo aver comprato un libro.

Ho pensato a quanto queste cose mi emozionano, mi rilassano, mi fanno sentire viva, e a quanto invece di recente sono morta perché mi sono privata della possibilità di vivere le mie passioni. Perché mi sono privata della possibilità di vivere. Così facendo ho creato un vuoto, ed il vuoto viene sempre riempito con qualcosa. Laddove non vi è nulla, viene sempre a crearsi qualcosa. La struttura umana non è fatta per reggere il vuoto.

Se prendete una persona e la chiudete in una stanza vuota, senza stimoli né contatti umani, non reggerà il vuoto senza riempirlo con qualcosa. La follia riempie il vuoto. La fame riempie il vuoto. La nevrosi riempie il vuoto. Scrivere riempie il vuoto. La vita stessa riempie il vuoto.

Il vuoto si può riempire in due modi: con la vita e con la malattia. Ma non può restare uguale a sé stesso.

Io voglio vivere. Lo voglio scrivere adesso perché resti impresso da qualche parte, perché questo pensiero sia ben scritto e rileggibile, perché sia chiaro che volevo vivere anche quando vorrò morire. Io voglio vivere, non voglio questa malattia.

“È sempre pericoloso conservare contenuti che chiedono di essere oggettivati, trattenere un’energia esplosiva, perché può venire il momento in cui non si sarà più in grado di padroneggiarla. Il crollo nascerà allora da un eccesso di pienezza.
(…)
Così, uomini inclini all’oggettività e all’impersonalità, estranei a se stessi come alle realtà profonde, una volta prigionieri dell’amore provano un sentimento che mette in moto tutte le loro risorse personali. Il fatto che, quando sono innamorati, quasi tutti facciano della poesia mostra chiaramente che il pensiero concettuale non basta a esprimere l’infinità interiore, e che solo una materia fluida e irrazionale è in grado di offrire un’oggettivazione appropriata al lirismo. Non accade lo stesso con l’esperienza della sofferenza? Ignari di ciò che nascondiamo in noi stessi come di ciò che nasconde il mondo, siamo improvvisamente afferrati dall’esperienza della sofferenza – la più seria dopo quella della morte (intesa come presentimento di morire) – e trasportati in una regione infinitamente complessa, in cui la soggettività si agita come in preda a una vertigine. Il lirismo della sofferenza provoca un incendio, e attua una purificazione interiore in cui le ferite non sono più semplici manifestazioni esterne, senza implicazioni profonde, ma partecipano della sostanza stessa dell’essere. È un canto del sangue, della carne e dei nervi. Quasi tutte le malattie, dunque, hanno virtù liriche. Soltanto coloro che vegetano in una scandalosa insensibilità restano anodini di fronte alla malattia, sempre fonte di un approfondimento personale.

E.M. Cioran, Al culmine della disperazione

 

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No need to argue.

Mi chiedo se esista qualcosa di peggio che devastarsi in un teatro vuoto e senza spettatori, rendersi conto di tutta la pena che chi ha dovuto ascoltarti ha sopportato, non riuscire a dire, non sentire più nulla, distaccarsi, e allora sentire dietro di sé risate. Mi chiedo a che scopo, non più tanto con quel piglio drammatico ed istrionico che neppure sento di avere più, ora solo con un grande vuoto, un grasso piattume, una disperazione arida. La caduta di qualsiasi pudore, e quella dolorosa oscillazione tra rifiuto e dipendenza che non permette mai ad una possibilità di soluzione di farsi spazio. Esistono malattie che sono un’aporia insanabile, e guarirle è presunzione, arroganza, hybris. Infatti i più assennati, appena sentitone l’odore, fuggono a gambe levate, come da una sciagura terribile che sta per coglierli. Io non li condanno più; d’altra parte, è esattamente ciò che farei anche io.

Butterfly Kiss

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