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Ritorni.

Ci sono dei posti e delle persone a cui bisognerebbe non tornare mai, neanche per prendere i soldi e le mutande. Posti e persone che ti tolgono ogni energia e ogni slancio e ti ributtano nella melma da cui con tanta fatica ti sei rialzato. Persone prive di tatto, di cura, di attenzione e posti pieni di ricordi bui, di cui senti l’odore e il sapore a ogni boccone che mandi giù per soffocare il dolore straziante che ti provocano. Ci metti piede e non ne esci più, ti impantani, vieni risucchiato in un buco nero e dopo poco ti sembra assurdo pensare che una volta invece hai fatto, hai detto, hai scritto, cose che adesso ti sembrano distanti anni luce, cose che adesso pensi che non riusciresti a fare, dire, scrivere mai. Ora guardi il passato e ti sembra quello di una persona altra, ti sembra appartenga a una vita che non è la tua. Anche il tuo riflesso allo specchio non è più lo stesso, l’isolamento ti scolpisce, le parole altrui ti scolpiscono, le ferite inferte, le offese continue, i giudizi, ti paralizzano. Ogni volta per uscirne fai una fatica sempre più grande e ogni volta lo devi fare da solo perché non riesci a farti capire da nessuno. E ogni volta ne esci sempre più danneggiato, nel corpo e nella mente, in modo irreparabile, ti risvegli come da un lungo sonno e pensi “Cosa ho fatto?”, “Perché ho lasciato che tutto mi passasse addosso in questo modo?” e, soprattutto, ne esci con sempre meno speranza e meno fiducia perché sai già, adesso, a che cosa vai incontro. Ma non esistono sconti. Alla fine devi convivere con ciò che hai fatto perché il corpo e la mente te li porti a spasso ovunque vai, e nessuno, nessuno si prende una parte del tuo carico e soprattutto nessuno ha voglia di farti compagnia, quando sei pieno di ferite e guai e melma dentro. Così è.

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Il mare.

Sono andata sul molo a camminare e sono tornata a casa inzuppata d’acqua perché c’era il mare in tempesta. Me lo sono preso tutto. Qui c’è solo il mare, mi dicono tutti che fortuna che hai il mare, vivi in un posto così bello. C’è il mare e il vento, non c’è un cazzo di niente e di nessuno, solo vuoto e silenzio assordanti e allora me lo prendo tutto quanto questo cazzo di mare, nelle orecchie, sui capelli, nelle ossa, così mi sembra di stare sott’acqua, finalmente, chissà da quanti anni non mi tuffo più nel mare, ora mi faccio colpire dalle onde rischiando di perdere l’equilibrio e sfracellarmi il cranio di sotto, sai quanto me ne frega, eccolo, il mio meraviglioso mare di cui non mi faccio un cazzo di niente. Spero che una bronchite mi porti via da tutte le frasi di circostanza e dai “così ti ammali” di falsa premura. Veramente, se vi fosse sfuggito, io sono già malata e forse pure morta, e non è certo oggi, che mi faccio travolgere dalle onde, che vi dovreste preoccupare per me.

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Io.

Non riesco più a scrivere perché non ho più nulla dentro. Difatti, continuo a riempirmi, nell’illusione che oltre allo stomaco si riempia qualcosa che probabilmente non si riempirà mai. Vorrei aprire la carne per farne uscire il sangue, per controllare se c’è ancora, dentro, il sangue. Vorrei che tu mi parlassi ogni giorno, così potrei trovare un po’ di forza per prendermi cura di me e per vivere, ancora. Vorrei che la vita tornasse a scorrere nelle mie vene, vorrei che i miei occhi tornassero ad avere curiosità, che il mio corpo tornasse a sentire gli slanci, la vita. Io non sono fatta per fare le cose come vanno fatte. Io non sono fatta per i quadrati, io sono una da figure irregolari. Perché volete mettermi in un quadrato? Io non ci starò mai. Voglio tornare a prendermi quella che ero, e io non ero quello che sono adesso.

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