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DOC.

Prendersi la responsabilità delle proprie azioni è un sollievo che, paradossalmente, solleva dal senso di colpa. Che cos’è il senso di colpa se non qualcosa che ci permette di deresponsabilizzarci? Mi sento in colpa, quindi questo bilancia la presunta nefandezza della mia azione. Invece no. La responsabilità è diversa dalla colpa. È un atto che solleva prima di tutto chi la prova, perché gli permette di riconoscersi nell’azione commessa, di capire che ci sono dei motivi che l’hanno portato a commetterla, per i quali ha scelto di commetterla.
La colpa logora. “Se solo avessi agito diversamente, adesso sarebbe tutto diverso” dice chi si sente in colpa. “Ho agito così perché in quel momento, per una serie di motivi, sono riuscito ad agire solo in quel modo, e ora mi prenderò le conseguenze delle mie azioni” dice la responsabilità. Si potrebbe obiettare che manca la libertà di scelta ma, secondo me, il libero arbitrio non esiste. La libertà esiste solo come libertà condizionata. Dalle circostanze, dai fatti, dalla propria stessa mente, che non è noi. Non esiste la scelta libera, quindi non esiste la colpa? Esiste la responsabilità, esiste la scelta, ma non esiste la libertà assoluta.

Oppure sì?

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Ovunque naufragio.

Ho sempre saputo chiedere aiuto solo nei momenti in cui stavo affogando, nei momenti di urgenza, quando ormai aspettare i tempi canonici e burocratici era così insopportabile che sfondavo le porte di chi a mio avviso, nonostante me ne fossi andata di punto in bianco, adesso mi doveva aiutare, non si sa perché. So che quando esiste una base fragile il sostegno deve essere continuo, proprio perché nei momenti di alta marea si possa avere una base su cui contare, ma io boh, non ci riesco. Se tutto va bene penso che non ho bisogno di niente, e se tutto va male mi ricovererei. Non riesco a percepire ciò che è emotivamente distante da me, non da me in assoluto, ma da me in quel momento. Vivo come se fossi in ogni attimo soltanto un frammento di un intero che non riesco a percepire nel suo insieme.

“Non credi che ti sarebbe servito imparare l’apnea?”

Ovunque naufragio

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De-legata.

Certe volte anche quando cammino per strada e devo raggiungere un posto mi fermo e penso a che strada fare. E non riesco a sentire cosa voglio. Alla fine ne prendo una, ma senza convinzione. Sono capace di ripensarci e tornare indietro e fare l’altra, e di scoprire che neanche quella mi convince davvero. Se ci fosse qualcuno con me, probabilmente lascerei che fosse lui a prendersi la responsabilità di scegliere il percorso. A togliermi il peso angoscioso di dovermi decifrare, interpretare, analizzare e assolvere.

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R-esistenza.

Tutto ciò che è sentiero già percorso, terreno già battuto, dolore auto-generato, controllabile, noto, familiare, è sempre oggetto di scelta dell’essere umano, persino di fronte all’esperienza più bella. Anzi, più bella sarà l’esperienza e più forte sarà la paura dell’ignoto e la tentazione di tornare sui propri passi. “Si baratta sempre un po’ di felicità per un po’ di sicurezza” diceva Freud e quello che usava era un eufemismo, dato che si riferiva all’esperienza del semplice individuo mediamente nevrotico. Non parlava, quindi, di chi distrugge tutto ciò che gli è davanti per tornare al proprio nucleo di certezza: l’inadeguatezza, l’indegnità, il proprio presunto destino scritto di sofferenza.
“Non vi è nulla di buono per me su questa Terra, nessuno che abbia la pazienza e la voglia di condividere con me il proprio tempo, nessuna occasione di pace e serenità. Per me vi è solo sofferenza, rifiuto e dolore.” Così recita colui che ha creato da sé le condizioni di verità della propria sentenza, chi distrugge per impedire a ogni possibilità di cambiamento di farsi davvero spazio, chi resiste, rifiuta e respinge, chi non vuole altro che affermare sé stesso come l’unica cosa che è sempre stato, che ha sempre riempito il vuoto incognito della propria identità, e cioè una perpetua sofferenza. Quella a cui, come diceva Cioran, ci si affeziona tanto che quando sta per abbandonarci ci sentiamo nostalgici, malinconici e vuoti, perché se ne va via una parte di noi, se non il nucleo stesso del nostro essere-al-mondo, che ora ci pare di stare perdendo.
“Chi ha visto la morte in faccia può ancora amare?”

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