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R-esistenza.

Tutto ciò che è sentiero già percorso, terreno già battuto, dolore auto-generato, controllabile, noto, familiare, è sempre oggetto di scelta dell’essere umano, persino di fronte all’esperienza più bella. Anzi, più bella sarà l’esperienza e più forte sarà la paura dell’ignoto e la tentazione di tornare sui propri passi. “Si baratta sempre un po’ di felicità per un po’ di sicurezza” diceva Freud e quello che usava era un eufemismo, dato che si riferiva all’esperienza del semplice individuo mediamente nevrotico. Non parlava, quindi, di chi distrugge tutto ciò che gli è davanti per tornare al proprio nucleo di certezza: l’inadeguatezza, l’indegnità, il proprio presunto destino scritto di sofferenza.
“Non vi è nulla di buono per me su questa Terra, nessuno che abbia la pazienza e la voglia di condividere con me il proprio tempo, nessuna occasione di pace e serenità. Per me vi è solo sofferenza, rifiuto e dolore.” Così recita colui che ha creato da sé le condizioni di verità della propria sentenza, chi distrugge per impedire a ogni possibilità di cambiamento di farsi davvero spazio, chi resiste, rifiuta e respinge, chi non vuole altro che affermare sé stesso come l’unica cosa che è sempre stato, che ha sempre riempito il vuoto incognito della propria identità, e cioè una perpetua sofferenza. Quella a cui, come diceva Cioran, ci si affeziona tanto che quando sta per abbandonarci ci sentiamo nostalgici, malinconici e vuoti, perché se ne va via una parte di noi, se non il nucleo stesso del nostro essere-al-mondo, che ora ci pare di stare perdendo.
“Chi ha visto la morte in faccia può ancora amare?”

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