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Riflessioni sulla cura di sé.

Il primo passo è imparare a prendersi cura di sé stessi.
Non ho capito bene perché quando qualcuno si dovrebbe prendere cura di te e non lo fa, può succedere che tendi ad assumere un atteggiamento per cui, poi, cerchi sempre qualcuno che lo faccia, invece di imparare a farlo tu stesso. Cioè, ad esempio, questa è l’esperienza dell’abuso sessuale.

Nell’esperienza dell’abuso sessuale (non dello stupro, ma forse anche nell’abuso non di tipo sessuale) avviene esattamente questo: una persona che tu pensi dovrebbe avere cura di te non la ha e anzi abusa della tua fragilità. A quel punto, ti senti confuso. Non sai come reagire. Succede spesso che non reagisci e che ti paralizzi, e che fai cose che non vorresti fare veramente ma le fai perché te le sta imponendo chi ami ma, in fondo, tu speri che lui capisca, veda, e si fermi. Non succede, e allora ti frantumi.

Quello che non capisco è il dopo. Quello che ti resta addosso dopo. Perché dopo non diventi un cane sulla difensiva che rifiuta tutto, e cerchi ancora di più, in giro, questa cura spontanea che già lui ti ha dimostrato di non aver avuto. O almeno perché a qualcuno succede questo.

Quand’è che succede che impari che tu devi essere la cura per te stesso e che non devi più, mai, più, aspettare dall’altro, sperare dall’altro, o comunque mai, più, arrenderti alla sua mancanza, abbandonarti alla sua noncuranza, farti carne da macello della sua volontà.

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