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Noi.

Tutto l’amore che mi merito sta in un giorno di follia, in un raptus di passione, in un impulso all’avventura.
Tutto l’amore che mi spetta sta lì, in un incontro. Breve, intenso. Ovviamente non è amore. È finzione, recita, mimesis, copia parodistica di un evento a cui non parteciperò mai. A cui non parteciperemo mai.
L’amore: la lentezza, la pazienza, conoscersi piano piano, aspettarsi, rispettarsi, innamorarsi con calma, non è per noi.
A noi è dato scimmiottare la vita, e quindi anche l’amore per noi è solo una copia sbiadita: le passioni brevi e intense sono per chi ha paura.

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Frammenti.

Alle volte vivo dei giorni di grande lucidità, in cui tutto mi sembra chiaro e mi sembra di avere recuperato me stessa dopo tanti anni, come se tra tanti frammenti di vetro che me ne danno il riflesso avessi trovato finalmente il pezzo originario. E penso, “Ecco, questa sono io. Perché non possono essere tutti i giorni come questo?”
Vorrei non dover avere paura di non essere più questa, di non essere più io, domani, dopodomani, tra due settimane.
Ho paura di perdermi tra i pezzi di me.

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Idealizzazione.

Incontrarti dopo tanto tempo è stato un po’ come guardare un film tratto da un libro che avevo già letto. La scena, i personaggi, le ambientazioni, la storia hanno preso finalmente forma, colore e dettagli più precisi: i tuoi tatuaggi nei minimi particolari, il tuo sguardo acquoso, la sensazione di calore e contatto mentre cammino aggrappata al tuo braccio muscoloso e quella di freddo, disagio e smarrimento nel momento in cui stacco la guancia dalla tua pelle, come se mi avessero tolto di dosso una coperta all’improvviso.
Ma i film ci fanno compagnia sempre per poco tempo, e così hai fatto tu.
Invece i libri durano il tempo che vogliamo noi, e anche l’idea di poterti un giorno incontrare, quella sì che non mi aveva abbandonato mai, e mi aveva reso più sopportabile la prigione quotidiana da cui immaginavo di poter uscire per andare incontro a qualcosa di diverso.
Quindi, adesso, più di te mi manca la tua presenza come idea nella mia vita. Ti ho immaginato così tanto, prima di incontrarti, che l’idea di te mi ha lasciato un segno più forte della tua persona fisica.
“Ti ho immaginato così tanto che oramai perdi realtà.”
 
Ora ho l’idea di te e ho il ricordo di te, perché mai dovresti mancarmi tu?
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Io non sono.

Io sono una città turistica in cui prendere una boccata d’aria,
con cui uscire dalla routine per poi tornare alla propria casa.
Io non sono una casa, confortevole, comoda, calda.
Non sono un luogo in cui tornare ogni sera.
Io sono un accessorio, un diversivo, un’acqua diversa in cui bagnarsi, un gioco che intrattiene e riempie l’attesa di tornare al proprio nucleo, al proprio luogo, al proprio focolare.

Io valgo un sorriso, un bacio, una carezza, una frase dolce di cui pentirsi il giorno dopo.
Io valgo una fantasia di evasione.
Ma io non valgo la pena di restare, di guardarmi, di provare a conoscermi a poco a poco, con la pazienza e la voglia di chi a ogni costo non vuole che ci si perda.
Io non sono importante, io non sono interessante.

Io sono la solitudine, sono un luogo senza abitanti, io sono il deserto.
Un timbro mi ha marchiato la fronte con un avviso di difetto, di imperfezione, di inattitudine.
Di errore.

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