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Il primo incontro.

La prima volta che la zia vi vide per bene eravate in ospedale, perché la vostra mamma era ancora sotto osservazione.
Arrivò in camera e la mamma le disse:
“Eleonò se devi prendere i bambini levati ‘sti orecchini pendenti, ché quelli si aggrappano a tutto.”
Allora la zia, divertita, esclamò: “Ah! …Come i gatti!”
“Eh, sì, più o meno… diciamo” rispose la mamma, un po’ perplessa, dopo averci pensato un attimo.
Poi la zia, che continuava a osservarvi e che non ricordava di avere mai visto in vita sua delle muffolette, chiese: “E perché gli hai messo questi guantini senza ditine sulle manine?”
(Era lì da due minuti di orologio ed era stata già colpita da quella strana malattia che viene a certe persone quando vedono un neonato o un cucciolo di animale per cui iniziano a indicare ogni cosa con il suo diminutivo e a fare una vocina che fa pensare a una sorta di demenza precoce).
E la mamma rispose: “Eh, perché se no si graffiano da soli; hanno le unghie lunghe e non gli si possono ancora tagliare, e si sfregiano da soli la faccia.”
Allora una nota di stupore segnò il volto della zia che, rimasta immobile e in silenzio per qualche istante, poi esplose in uno squillo di entusiasmo esclamando:
“Ma… ma… ma allora… sono proprio…
COME I GATTI!”
 
Ed è così che inizia la storia di come la zia iniziò a volervi bene.
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Niente.

Nessuna gratitudine. Nessuna consolazione. Nessuna amicizia. Nessun affetto. Nessuna cura. Nessuna prospettiva di miglioramento futuro. La scrittura, la scrittura, la scrittura. Quando mi si intorpidisce tutto il corpo fino al cervello non riesco neanche a pensare a una parola da scrivere. Ho il vuoto dentro. Il mio malessere è arido, allora ben vengano gli insulti, se mi aiutano a provare qualcosa. Ben venga il dolore trafittivo fino alle lacrime, se mi dà qualche cosa da dire. Meglio di questo sonno infinito e senza vita, almeno fino a che lo riesco a reggere.

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Altrove.

Passare la vita a chiedersi come facciano gli altri a vivere come il malato di cuore di De André. Stare a una finestra come il Bernardo Soares di Pessoa. Osservare e non toccare come i filosofi. Dormire oppure piangere, cercare rimedi ai propri dolori muscolari, questo per il dolore questo per restare svegli questo per la stanchezza questo per l’ansia questo per gli accessi di rabbia questo per il mal di pancia questo per la fame compulsiva, insomma concentrarsi su di sé, mentre intanto la vita sta sempre da un’altra parte.

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Copioni di vita e voluttà di sofferenza.

Che finiscano anche questi 28 giorni, ché la mia sindrome dell’abbandono, di questi tempi, è ai livelli per cui ho litigato con il gatto perché da giorni ha smesso di venire a trovarmi e va a trovare mia zia. E diciamocelo, che questo gatto è l’ulteriore conferma del mio copione da rifiuto, e infatti è tale e quale a te: mi fa le fusa e mi convince che ci amiamo, e poi sparisce e mi lascia confusa a chiedermi che ho fatto di sbagliato. Ma io secondo me non sono innamorata di te ma della sofferenza del non essere corrisposta, diciamocelo, forse anche della tua assenza. Infatti, quando c’eri non ti amavo così tanto.

Io desidero essere ingannata in amore per poterne soffrire meglio. O com’era quella frase di Cioran che non trovo più.
Avevo 15 anni scarsi quando il mio letterato papà mi diagnosticò la voluptas dolendi, prima ancora di ogni altra diagnosi clinica. Ma come guarisci dalla malattia se la malattia è ciò che ti dà la vita?

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Vorrei poterti dare la buonanotte ogni sera senza rischiare un’ingiunzione restrittiva. Non ha senso, non è salutare, non è razionale, non è giusto, ma io ho deciso di voler essere indissolubilmente e irrazionalmente legata a te, che non sei qui ad abbracciarmi e forse non ci sarai mai. Sei l’unico ponte che mi è rimasto con qualcosa che – almeno che io ricordi – assomigli alla vita.

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