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IL contatto – Maggio borderline

C’ho problemi relazionali. Così dice mia mamma, per giustificare il fatto che non c’ho uno straccio di amico o di amica che mi venga a trovare e che io possa definire tale. C’ho problemi relazionali perché ogni tanto mi faccio sfuggire che ho conosciuto Tizio o Caio, ma poi alla fine non si sa più niente di ‘sto Tizio o di ‘sto Caio, non rimane mai un cavolo di niente, improvvisamente mi chiudo in camera a piangere e sono intrattabile per una settimana e stop, niente più Tizio o Caio, di nuovo isolamento, serie tv, libri, dolori muscolari e pigiama. C’ho problemi relazionali, dice, perché esigo molto e troppo dalle persone, e perché non voglio fare compromessi. C’ho problemi relazionali perché ogni cosa non mi va bene, perché dietro a ogni invito vedo una cattiva intenzione, perché non mi fido, perché penso che poi uno chissà perché dice o fa, sicuramente perché poi vuole mandarmi a cagare, ridere di me, usarmi, vendere i miei organi e sputare saltellando sul mio cadavere in putrefazione. C’ho paura dell’abbandono, dicono – gli psichiatri, i manuali, e pure chi ha la sfortuna di viverlo sulla sua pelle – perché, dice, per me quando una cosa è conclusa è un po’ come se fosse morta. Per questo, dice, non ho mai finito l’università, il diploma di solfeggio, il corso di scrittura, qualsiasi cazzo abbia iniziato a fare e mi abbia poi fatto venire l’angoscia quando stava per concludersi. Conclusione è realizzazione, farsi reale di qualcosa. La realtà mi fa paura. Conclusione è morte, fine del processo in itinere, niente più libertà, apertura, è finalmente qualcosa di concreto. Paura. Terrore.
La verità, su questa questione dell’abbandono, però, prima o poi vorrei provare a raccontarla meglio. Mi dicono – altre genti -, ma allora tu sei tipo una di quelle donnette sceme che c’ha paura ad andare a letto con uno perché poi quello scompare e tu ti senti già fidanzata. Il punto è che io non vivo in mezzo agli altri, io vivo in una fortezza, chiusa. Ogni contatto non è “un contatto”. Ogni contatto è “IL contatto”. In quel contatto per me c’è tutto. In quel contatto per me c’è l’ultima speranza di potere tornare a essere una specie di persona, l’ultimo attaccamento a quella roba che gli altri chiamano più o meno vita e che non è stare in pigiama a guardarsi le serie tv o leggersi libri perché poi mi fa male tutto e tutto è difficile là fuori. Insomma IL contatto mi risucchia ogni aspettativa, prima ancora che io possa anche solo pensare “Ehi, vacci piano, è solo UN contatto”. “No, dice lui, io sono IL contatto. Tu non esisti più, tu non sei mai esistita, adesso affidati a me, io ti farò finalmente esistere.”
Ovviamente e inevitabilmente il contatto, che come abbiamo già detto non è IL ma è UN, si sfalda subito, perché Tizio o Caio non ha la mia stessa sindrome d’attaccamento e anzi, al posto di questa c’ha una vita, delle cose da fare, le bollette da pagare e pure altri contatti da esplorare. E quando il contatto (che però è UN) si sfalda, io che ero diventata tutt’uno con esso mi sfaldo pure io, e mi sfaldo veramente. Per giorni o settimane o mesi io mi sfaldo, perdo consistenza, mi scavo la pelle, mi intontisco come posso, mi maledico fino a perdere davvero il mio centro e a non esistere davvero più. E poi ritorno a respirare nella mia dimensione fuori dall’esistenza condivisa, a essere un fantasma senza contatti, mi riparo, mi difendo. Fino alla prossima mano che si tende, fino al prossimo contatto, che poi già so che non devo farci affidamento, che non devo credere a mezza delle sue promesse, ma quando uno c’ha fame, ci sta poco da fare, prima o poi cede e va a mangiare anche se sa che c’ha lo stomaco debole e dovrà vedersela con una brutta indigestione.

#maggiomeseculturaborderline

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