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Rebound.

Sento un grande vuoto, solo un grande vuoto. Lo localizzo all’altezza dello stomaco, e alla fine cedo alla tentazione di riempirlo con materiale anche solo vagamente edibile. Il tuo rifiuto mi ha mostrato il nulla che sono e che è la mia vita, il modo patetico in cui periodicamente torno a cercare un’emozione, mendicandola. Il modo in cui niente di semplice e carino riesce a smuovermi, solo la tempesta, il tormento, quelle stronzate di cui solo chi non ha niente dentro ha bisogno. Sono un corpo dormiente, sempre stanco, pesante, non sento mai niente. Vorrei tornare ad avere desideri, paure, slanci, voglie e disperazioni, vorrei tornare a stare male perché il dolore è l’unica alternativa concessami rispetto al niente e l’unico motore di un mio possibile qualsivoglia agire. Ne ho avuto la prova e a questa evidenza mi arrendo con consapevolezza. Mi giustifico dicendomi che quando l’errore è connaturato a ciò che sei passare tutta la vita a cercare di correggerlo – e annullarsi non è correggersi, ma solo morire – è una lotta impari, destinata a non concludersi mai; vale la pena di accettarsi, lasciarsi andare, non tentare più di correggersi, vivere pienamente il proprio essere un errore. Vorrei tanto poterlo ancora fare.

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