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“E anche se fossero solo parole qualcuno c’è che sta parlando. (Se guardi dentro l’abisso, il sommerso è riemerso.)”

Io insomma cerco di ricordare come, quando, perché è successo tutto questo. Che cazzo ho fatto? Come sono finita qui dentro? Avete presente quando tutto vi torna chiaro in un attimo, che tutto quello che state vivendo è tempo, vuoto, buttato, stracciato, riempito per non sentirlo. Tempo. Mamma mia, i brividi. Una vita tamponata con l’ovatta invece che vissuta. Ma quand’è che è successo? Perché lo posso immaginare, come, suppongo gradualmente, scivolando piano piano, senza che me ne accorgessi veramente. A volte mi accorgevo, sì, alzavo la testa, ma poi mi ricordavo perché lo stavo facendo, che cosa c’era, sopra, in superficie, da cui stavo cercando di prendere le distanze, e allora pensavo che sì, è vero, stavo perdendo tutto, ma non c’era altra scelta. Invece era il contrario, era a stare in superficie che non c’era altra scelta, non ad affondare.  Che poi in realtà sono entrambe alternative valide e dipende tutto dal punto di vista da cui ti vuoi mettere. Meglio giornate inerti o dei capelli verdi?
Non fuggire né galleggiare: ci dev’essere un modo altro.

 

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