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Punto luce.

Io sono certa che vi sia ancora qualcosa di vivo in me, e il dolore che provo nel venire per l’ennesima volta scartata e messa da parte me ne è testimone. Io voglio che oltre a questo dolore possa tornare la mia persona, la mia voglia di scrivere, la mia voglia di far ridere, la mia voglia di creare, di pensare, di fare. La paura, la malattia, il dolore cronico, gli abusi, i traumi, le delusioni, non possono avermi davvero uccisa. Io sono certa che ci sia qualcosa ma non so più come farlo uscire. Io non ne sono veramente certa, ma in questo istante sento che qualcosa c’è. Ma sono certa che da sola non riuscirò a fare altro che lasciarmi andare. Vorrei avere ogni giorno la sfacciataggine e l’ostinazione di chi chiede aiuto fino a che non gli viene adeguatamente dato, vorrei sapermi prendere quello che davvero dovrebbe spettarmi, perché chiunque se lo porta addosso con naturalezza mentre a me, a chiederlo, quasi sembra di rubare.

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Tertium non datur – cap. ciclico

Sto male, male, male e stavolta non è il mio corpo a essere dolorante.
Agosto è un’angosciosa prospettiva di deserto.
Mi si parano innanzi due alternative:
il tormento – con relative cazzate, decisioni azzardate seguite da rimorsi rimpianti e rimuginamenti ossessivi che fanno aspirare a lobotomie frontali –
e l’anestesia totale, che probabilmente potrei tornare ad avere prendendo solo una capsuletta in più appena sveglia, con relativa morte cerebrale.
Tutta la vita riassunta in questo dilemma:
“Meglio giornate inerti o dei capelli verdi?”

Alla lunga, nessuna delle due è umanamente sopportabile, se non sapendo che in qualche modo, se lo si decide, si può sempre tornare all’altra.
somedaysifeel

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