Intimisto, Racconti

Lettere per l’edificio 18.

Stavo lì a farmi raccontare, descrivere, spiegare.

Ascoltavo tutto l’elenco dei pregi, dei difetti camuffati, delle cose belle che lei faceva, di quanto era adorabile quando le faceva male, di quanto fosse un peccato che non mettesse a frutto al massimo il suo potenziale. D’un tratto, quel vuoto alla bocca dello stomaco tornò. Dimenticai gli orari, i numeri, il controllo del mio corpo. Un’ enorme tristezza si impossessò di tutta me stessa e mi portò giù. Ricordai tutto.

 Da quando ero tornata, avevo smesso di sentire. Avevo cominciato – di nuovo – a pesare, misurare, contare, calcolare, preoccuparmi che tutto fosse in ordine e secondo i miei piani; e la mia esistenza scorreva così, tra numeri intrusivi e calcoli ansiosi, senza che io avessi il minimo contatto con quella che Mr. C. diceva essere la mia vita. Diceva che sembrava che parlassi di me come di una persona altra.

 Che cosa avessi paura di sentire, di ricordare, lo sapevo molto bene; e adesso – tutto d’un botto – era tornato a cadermi addosso, senza preavviso né tatto, come se avessi aperto un armadietto stracolmo e il contenuto stesse cadendo su di me immobile.

 Quello che avrei voluto – lo sentii subito – era che qualcuno parlasse di me a quel modo.

Avrei voluto che qualcuno, seduto a una panchina con un amico, un’amica o una persona appena conosciuta, elencasse i miei pregi (quelli che ai suoi occhi erano infiniti pregi) e i miei buffi difetti come se fossero in fondo prolungamenti dei precedenti. Che diventasse rosso, con gli occhi e le labbra stampati in un sorriso ebete e che solo all’idea di rievocare la mia esistenza sulla Terra il suo cuore si riempisse, le sue mani diventassero nervose e lui fosse felice. Insomma, che mi amasse.

Eppure, al primo accenno di quella possibilità ero sempre fuggita. L’idea di sentirmi così toccata, così esposta, così considerata da qualcuno mi gettava nell’angoscia più totale. Non volevo affatto esistere a tal punto.

E adesso, che cercavo di tornare alla vita e lo facevo inevitabilmente prendendo contatto con le cose più atroci e dolorose, questa cosa che desideravo e insieme temevo mi sembrava ormai lontana, impossibile. Non vedevo alcuna possibilità di riscatto per me da quella che era ormai diventata una solitudine così violenta e intollerabile da avermi costretta a rifugiarmi di nuovo nei calcoli.

Tuttavia, quel giorno, presi una decisione grave, radicale e spaventosa. Presi un foglio e una penna e scrissi una lettera che pensavo avrebbe cambiato il corso della mia vita.

 “Cara Lucia,

ti scrivo questa lettera per dirti che ho deciso di lasciare questo posto.

Ti prego di non scoppiare a piangere, di non bagnare il foglio con le tue lacrime, di non stropicciarlo con le tue mani ossute, di non urlare, strepitare, battere i piedi per terra, tagliarti la pelle, saltare il pasto o procurarti il vomito.

Ti sto abbandonando, Lucia, è vero, ma tu devi imparare ad accettarlo.

Questo posto, tutto bianco – con le pareti rosa salmone – è disegnato come se fosse una campana di vetro, un’oasi felice in cui niente di ciò che è esterno ci può toccare.

Voglio dirti una cosa, e cioè che questo disegno è tutto una bugia.

Anche qui dentro, come vedi, ci sono persone che ti abbandonano a te stessa.

La cosa peggiore che dovrai imparare è che tu devi riuscire a reggerlo, perché accadrà ancora, accadrà sempre e accadrà ovunque, anche qui dentro.

E mentre io sarò sempre pronta a leggere le tue lettere, a rispondere ai tuoi richiami e ad ascoltare le tue richieste, tante altre volte tutto questo non ci sarà e troverai davanti a te un silenzio duro e privo di aperture.

Ti è concesso di piangere, ma non dovrai più tornare in questo posto.

Proteggerti da tutto non ti permetterà mai di evitare totalmente il contatto perché evitare l’angoscia non è possibile a nessun uomo. E poco importa se tu, cara Lucia, senti di essere progettata per sentirne di più e più profondamente e per reggerne di meno. Non esistono delle agevolazioni per chi sente più degli altri.

Resta dove sei perché nessun luogo è davvero migliore della tua vita, e la morte che tu stai inscenando così bene non ti darà niente di ciò che speri di ottenere.

 Non ti succede niente se mangi quell’oliva che hai lasciato nel piatto, Lucia. Non ti distruggerà. E’ la vita, quella, e la vita non è qualcosa da cui tu debba proteggerti.

Devi imparare a sentire la carne che cresce: piena, viva, sguaiata e scomposta. E’ così che è la vita. Non è mica bianca, luminosa e disinfettata come questa stanza.

 So che adesso non vedi nulla di ciò che ho detto. Le mie parole sono solo linee sfocate per i tuoi occhi pieni di lacrime, per le tue orecchie sorde a ogni invito al cambiamento, per le tue gambe pronte a scattare e camminare su e giù per tutto l’ospedale.

Eppure io so che tu non sei proprio questo esserino gracile, arrabbiato e pronto ad aggredire che mi sta urlando contro mentre mi vede allontanarmi all’orizzonte.

Mi ricordo che c’era un tempo in cui sognavi di fare delle cose e in cui lasciavi che qualcuno ti toccasse. Senza scattare. Semplicemente, restavi dov’eri. Devi restare dove sei. Se tu stai ferma, la tempesta ti bagna meno e prima o poi finisce. Non la puoi evitare.

 Mi dispiace, ma non c’è scelta.”

 Che poi, però, la lettera non l’ho ancora consegnata al mittente.

La vedo sempre, nel corridoio del 18. L’ultima volta le dicevano che somigliava molto al padre negli atteggiamenti, e lei si risvegliava da un torpore spento, sorrideva discreta e curiosissima e vanitosa domandava il perché e il per come della somiglianza notata. Sorrideva, ma era come se non si accorgesse di farlo.

Io spero sempre di poterle consegnare la mia lettera, di potermi sedere dall’altra parte, dalla parte dei saggi e dei salvatori.

 Ma a quanto pare non sono ancora credibile abbastanza.

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Intimisto, Racconti, Seghe mentali

Sulla morte de ‘O Barone.

Da quando è morto il Barone tutti dicono che gli volevano bene, un sacco di bene. Al funerale c’erano pure il sindaco, il fratello, le figlie, gente che piangeva, gente che leggeva cose e portava testimonianze, gente che applaudiva alla bara. Tutti parlavano di scelte e di libertà. Tutti dicevano che “Purtroppo, certe persone scelgono di fare questa vita”. Io per tutto il tempo ho provato vergogna per chi era lì e ho pensato a quanto sarebbe stato più dignitoso stare in silenzio. Ho pensato a quante volte si scambia la malattia per libertà e al fatto che crediamo di voler bene a delle persone che in realtà per noi sono solo oggetti d’arredamento o rassicurazioni che ci fanno sentire migliori. Ora la gente sente la mancanza del Barone perché era rassicuratorio vederlo steso sulle scale ubriaco di Tavernello: il clochard aumenta la coesione sociale perché ti ricorda come finisci se non rispetti certe regole e i ragazzini alternativi lo ammirano perché credono che dormire per strada e farsi il bagno nella fontana col vomito dei punkabbestia, non dover andare a lavorare e non avere un tetto sopra la testa sia la libertà.
Io non credo alla libertà come valore assoluto e credo che la volontà sia sempre condizionata, e credo che certe persone – che non sono in grado di reggere il peso dell’esistenza quanto altre – andrebbero prese per i capelli affinché non esercitino la propria libertà di auto-distruggersi o di distruggere il prossimo.
Tutti gli volevano un gran bene, però il Barone, che adesso ha preso forma e contorni precisi smontando le storie inventate e si chiama Antonio Varvella, è morto per una disfunzione multiorganica perché dormiva solo al gelo e sotto la pioggia, ed è stato tre giorni ricoverato in ospedale da solo e c’è voluto un po’ di tempo prima che trovassero la famiglia da avvisare.
Io non ci ho mai parlato, per me aveva il fascino dello sconosciuto di cui immaginavo storie. So che diceva che il cibo è comunicazione e che nella sua valigia c’era l’amore per una donna, che quand’era piccolo gli facevano “e’ current” e so che inveiva contro i ragazzini che lo umiliavano quando parlava da solo sulle scale del Gesù e puzzava di vino.
Di tutti gli interventi pubblici, mi è piaciuto solo quello di una ragazza che ha letto delle parole che lui le rivolse un giorno, e alla fine recitavano “Io non ci credo, che torni.”
Se dovessi pensare a un eroe (o a un anti-eroe) non penserei né a san Francesco né a Don Chisciotte ma penserei a Treplev de “Il gabbiano” o al Federico di Prussia di Thomas Mann, ammirato e apprezzato e circondato da tanti “Che bravo, ma che peccato, quanto spreco” e “Che ci vuoi fare, ha scelto così, bisogna rispettarlo”, e però mai una mano che si tenda, un’imposizione affettuosa, e poi il gelo, il vuoto attorno e, alla fine, la morte.

“Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.” (Dino Buzzati)

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Eros, Racconti

Abusi di potere.

Non ci vedevamo da tre mesi, durante i quali mi ero fatto sentire sporadicamente e le avevo centellinato la mia attenzione, proponendole incontri più o meno galanti che non avvenivano mai.

Mi stupivo di come lei non perdesse la pazienza, non reagisse, non mi mandasse a quel paese e anzi continuasse a cercarmi e a volermi senza mostrare il minimo disappunto verso quella situazione di cui prima o poi qualsiasi donna si sarebbe stancata. Io facevo il mio gioco, perché non avevo niente da perdere e perché mi divertiva, ma pensavo che presto lei si sarebbe ribellata facendomi sparire dalla sua vita, come avevano sempre fatto tutte.

Con Alice, invece, non successe affatto così. Lei era testarda fino alla patologia, e l’abnegazione sembrava a lei connaturata tanto da apparirle come un atteggiamento normalissimo e scontato.

Solo dopo seppi che questo era l’unico modo che conosceva per relazionarsi agli altri.

Non ci vedevamo da tre mesi, e io ovviamente la portai nella casa dove erano avvenuti sempre i nostri incontri.

Ci sedemmo e iniziammo a parlare del più e del meno e lei accennò al fatto che avrebbe voluto non vedermi più. Tirò fuori dell’erba, e io rollai uno spinello che iniziammo a fumare vicino alla stufetta.

Faceva molto freddo. Lei era seduta sul divano e io per terra. La guardavo. Lei non m’interessava più. La trovavo una persona vuota e priva di slancio ed entusiasmo verso la vita. Ai miei occhi era disgustosamente passiva e apatica e, a dirla tutta, mi faceva rabbia. Era tutto ciò che andava contro il mio essere, quello in cui credevo e che reputavo giusto, sano e degno del mio interesse.

Avevo voglia di picchiarla. Di violentarla e lasciarla lì in lacrime sul divano con il sangue che le usciva dal naso mentre, umiliandosi, singhiozzava di vergogna e pena di sé senza alcun pudore. Per me era una donna spudorata nella sua trascuratezza. Non si nascondeva dietro maschere ma sbandierava la sua abiezione in modo disgustosamente plateale. Avrei avuto voglia di sputarle addosso dopo esserle venuto in bocca, mischiando lacrime, sangue, sperma e saliva sulla sua faccia pulita da santarellina puttana lasciva e inutile.

Era bella, questo non posso negarlo. Si era messa un pantalone largo a quadri e un maglione lungo fino al ginocchio. Si vestiva sempre come una sciattona. Aveva i capelli lunghi, sciolti sulle spalle, lasciate nude da uno scollo a barca che pendeva su un lato, così che da una parte era nuda tutta la spalla e dall’altra si intravedeva solo la clavicola.

Aveva le clavicole sporgenti, e le aveva lasciate nude sapendo che mi veniva duro solo a guardarle. Si portava i capelli su un lato focalizzando la mia attenzione su quell’osso. Portava occhiali da segretaria mancata e i suoi occhi erano sempre tristi, come se dovessero riempirsi di lacrime da un momento all’altro.

Fumava con una certa classe, nonostante l’aria da studentessa liceale annoiata e disillusa dalla vita.

Andai nell’altra stanza a mettere un po’ di musica e quando tornai la trovai seduta per terra. Pensai che mi stesse invitando ad abusare di lei. Ebbi un moto di disgusto. Come poteva una donna tanto bella buttarsi via così e lasciare che io le facessi del male in quel modo? Perché non si alzava da terra, non declamava i suoi diritti e non si difendeva da me urlandomi contro, andandosene via, trattandomi come avrei meritato di essere trattato?

Ad ogni modo, il disgusto che provavo nei suoi confronti mi provocava una forte eccitazione sicché, mentre pensavo a quanto fosse una cagna schifosa e indegna di vivere, nei pantaloni mi veniva duro come il marmo.

Mi sedetti sul divano dietro di lei, aprendo le gambe e poggiando il mio uccello contro la sua schiena. Le scostai i capelli e iniziai a massaggiarle leggermente le spalle, per rilassarla un po’ ma soprattutto per sfiorarle quelle clavicole sfacciatamente in mostra. Lei continuava a fumare e ridacchiava un po’ imbarazzata. Sapevo che non vedeva l’ora che io la sbattessi contro la parete.

Non persi tempo e iniziai a leccarle il collo, le orecchie, le spalle, solo per vederla combattere a vuoto contro la sua anima da filosofa bacchettona che le impediva di cedere subito alla mia volontà.

Non sono mai stato un amante premuroso e attento con lei. Non che io non sia capace di dedicarmi a una donna e di essere generoso, ma con Alice non mi interessava affatto che lei provasse un vero piacere e che fosse pronta ad accogliere il mio cazzo senza farsi male. Mi interessava abusare di lei, della sua fragilità infantile e vomitevole, delle sue lacrime facili, della sua insicurezza, della sua debolezza estrema. E mi piaceva giocare con i suoi sensi di colpa e le sue lotte interiori in cui cercava di capire se recuperare un briciolo di dignità o lasciarsi andare completamente al degrado che la contraddistingueva. Alla fine, aveva sempre ceduto, perché era marcia dentro, schifosa e debole.

Iniziai a spogliarla, e lei me lo lasciò fare. Le massaggiavo le tette e mi arrapavo sempre di più sentendo il suo corpo cedere sul mio, sempre più rilassato, e guardando la sua espressione di godimento che lei non riusciva più a trattenere.

Mi alzai e la sollevai con forza. Lei diventò un pezzo di marmo e annullò qualsiasi forma di partecipazione che non fosse la passività. La toccavo dappertutto e lei era immobile. Guardava altrove con espressione triste e rassegnata, e credo che già in quel momento stesse trattenendosi dal disgustarmi con il suo pianto patetico.

Pensai che sarebbe stata una scopata di merda, con un cadavere per le mani che non accennava neanche a voler muovere la sua mano sul mio uccello. Iniziai a innervosirmi, e le diedi uno schiaffo per farle fare qualcosa. Lei restò impassibile e vidi che aveva gli occhi lucidi.

Mi disse finalmente “No, basta, non mi va” e si sedette di nuovo, e fu a quel punto che la mia rabbia raggiunse il culmine, portando la mia voglia di scoparla oltre ogni limite di sopportazione.

La sollevai di nuovo e la girai sul divano strattonandole un braccio. Appena fu piegata davanti a me lei stessa si protese con le natiche più vicine al mio bacino, mostrandomi quanto in realtà bramasse di essere scopata senza ritegno.

La toccai leggermente per capire quanto fosse eccitata e ovviamente era grondante. Glielo misi dentro senza altri preamboli e iniziai a scoparmela su quel divano dove mi ero fatto altre decine di donne negli stessi momenti in cui lei era stata a casa a piangere e ad aspettare che io mi degnassi di concederle un po’ di attenzione.

Pensare a questo mi eccitò ulteriormente, e la provocai sottolineando la sua debolezza penosa. “Che succede, Alice, non mi avevi detto che non ti andava? Non ti guardi più intorno, non ti ribelli più?”

Fu questo che la fece sentire probabilmente più umiliata di tutto il resto, beffata e presa in giro per la sua debolezza da chi le provocava tanto dolore e sofferenza. In questo misto di sensazioni contrastanti deve aver provato anche della rabbia, perché mi disse “Vaffanculo” con la voce rotta e iniziò a piangere, ma un attimo dopo gemeva di piacere perché io la sbattevo ancora più forte di prima.

Poi si girò a guardarmi, voleva sicuramente vedere con quale faccia tosta io continuassi a cercare il mio piacere attraverso la sua sofferenza. Vedere la sua faccia mi provocò rabbia e disgusto e così gliela schiacciai sulla spalliera del divano, troppo morbida per farle davvero male. Lei continuava a godere. Le misi entrambe le mani attorno al collo e mi ci appoggiai per penetrarla meglio. Appena le tolsi, lei prese la mia mano e se la strinse da sola attorno al collo. Mi fece capire che era quello che voleva gemendo più forte e muovendosi con me. I suoi gemiti di piacere mi eccitavano e mi infastidivano insieme, e così le tappai la bocca, le sputai sulla schiena e continuai a fotterla senza darle tregua.

A quel punto dovevo venire, ma non avevo voglia di venirle dentro o sulla schiena, così la girai di nuovo e glielo infilai in bocca. Le scopai la bocca senza preoccuparmi troppo di soffocarla, e poco dopo la ringraziai spruzzandole il mio sperma sulla faccia, facendole tenere la bocca ben aperta perché le scivolasse sulle labbra e sul mento.

Rimasi a guardarla per qualche secondo. Non era del tutto nuda, aveva ancora il volto rigato dalle lacrime e adesso era anche sporca del mio sperma e mi guardava grata. Mi fece schifo. Mi rivestii, andai in bagno e la lasciai lì. Quando tornai era ancora seminuda sul divano e mi chiese di sedermi accanto a lei. Fumammo ancora insieme e lei mi disse di quanto era noiosa la sua vita in quel periodo, delle cose che faceva per sopportare il vuoto, dei film che guardava, dei libri che, come tutto, iniziava e non finiva, della musica che ascoltava e delle stronzate che scriveva credendo di fare qualcosa di costruttivo.

Alla fine la riaccompagnai a casa e non la cercai più. Fu lei, invece,  a cercare di nuovo me.

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Eros, Racconti

Closer.

“Ricorda, se hai davvero fatto godere una donna puoi sempre riaverla, in qualsiasi momento.”

Me l’aveva detto la mia amica Marika mentre stavamo lì, distesi sul prato, a fumarci una canna e io le stavo raccontando di aver rivisto Clara con il suo attuale ragazzo.

Prima che ci lasciassimo, avevo fatto delle foto, a Clara. Le avevo detto che gliele stavo facendo perché volevo che le tenesse per ricordarsi sempre di come la guardavo io. Volevo che le appendesse al muro, dietro il letto, di modo da poterle guardare sempre, magari quando scopava col suo nuovo ragazzo e si alzava sopra di lui, così, mentre ansimava col suo cazzo dentro poteva vedere le foto che le avevo fatto io, poteva vedere come la guardavo io, e il mio sguardo sarebbe stato su di lei lì, in quel momento, mentre faceva l’amore col suo nuovo fidanzato.

Quando lo dissi a Marika si mise a ridere e mi disse che ero un pazzo, un maniaco, una specie di stalker da cui ci si dovrebbe guardare, ma io vedevo questo mio desiderio come la cosa più innocente del mondo, una innocua perversione che mi concedevo e a cui credevo di avere diritto, essendo stato il primo ragazzo di Clara, quello che l’aveva sverginata, quello che l’aveva fatta godere per sei anni, quello che sapeva tutto di lei, e quindi, va bene che ti fai scopare da un altro, va bene che gli dici le porcate che dicevi a me, che godi con un altro cazzo e tutto il resto, ma in qualche modo ci devo stare pure io, nel tuo godimento nuovo.

Pensai alle parole di Marika e mi resi conto che forse aveva ragione. In fondo non esiste un collante più forte del sesso. Non l’amore, l’amicizia, la parentela, credo che più di scopare non ci sia niente che ti lega a una persona, anche se poi non l’ami, non le vuoi bene e non ti importa niente di lei. Il sesso è un legame di tutt’altro tipo, più forte, che trascende i sentimenti e arriva direttamente nella carne. Più nella carne di così, non esiste niente, no?

Pensai alle donne che avevo avuto. La mia vita sessuale con loro era l’indice di quanto ancora ci pensassi e le volessi, di quanto ancora le desiderassi, a volte, quando ero solo, a letto, e credevo di pensare a loro ma pensavo in realtà solo a quando me le scopavo.

Per quante cose tu sappia, per quante cose tu pensi,

per quanto tu ordisca e trami e architetti, non sei mai al

di sopra del sesso. E questo è un gioco assai rischioso. Un

uomo non avrebbe i due terzi dei problemi che ha se non

continuasse a cercare una donna da scopare. E’ il sesso a

sconvolgere le nostre vite, solitamente ordinate. Lo so io

e lo sanno tutti. Ogni vanità, portata alle estreme conseguenze,

finisce sempre per burlarsi di te. Leggi il Don Giovanni

di Byron. (…)

Essere casti, vivere senza sesso, be’, come digerirai

le sconfitte, i compromessi, le frustrazioni ? Guadagnando

di più, guadagnando tutti i soldi che puoi ? Facendo

tutti i figli che puoi ? Questo aiuta, ma è niente rispetto

all’altra cosa. Perché l’altra cosa si radica nel tuo essere

fisico, nella carne che nasce e nella carne che muore. Perché

solo quando scopi riesci a vendicarti, anche se solo per

un momento, di tutto ciò che non ami nella vita e di tutte

le cose che nella vita ti hanno sconfitto. Solo allora sei più

nettamente vivo e più nettamente te stesso. La corruzione

non è il sesso: è il resto.Il sesso non è semplice frizione e

divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla

morte. Non dimenticartela, la morte. Non dimenticarla

mai. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo

quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?

P. R.

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Intimisto, Racconti

Nuda.

“Sei la donna nuda più bella che abbia mai visto. E con questo ho detto tutto, perché è da nuda, senza trucco, senza ghingheri, che si vede la bellezza di una donna.”

Così mi disse quando, spogliatami del tutto e guardatami nei dettagli come fossi un’opera d’arte, una nota di stupore disegnò il suo volto, che si mosse ad una genuina espressione di fierezza mista a gratitudine e imbarazzo.

Mi fissava il seno, definendolo il più bello che avesse mai visto e vantando una miriade di forme, curve e capezzoli esplorati, nella sua lunga carriera di amatore. Mentre io ero là, inerme, per niente sicura del valore di ciò di cui ero portatrice, e con la testa china aspettavo il suo responso, la sua voce giudicante che mi valutava.

Si soffermò sulle braccia, toccando le ferite sull’avambraccio sinistro, all’epoca pieno di tagli netti e sottili, ora cicatrici, memorie della mia familiarità con le lame, le punizioni, le castrazioni dalla vita.

Mentre sfiorava la superficie ruvida dei tagli ancora freschi un’espressione triste gli rigava il volto, adesso non più radioso come prima, bensì amareggiato, addolorato, forse deluso da quel dettaglio che deturpava quell’insieme che tanto lo aveva reso fiero e orgoglioso.

Scese sulla pancia, e un sussulto mi fece tremare tutta. Alzò gli occhi e vide le mie lacrime, mute, scendere a dirgli tutto ciò che quel taglio aveva significato. Come spaventato da una mia minaccia, levò via la mano, ma abbassò lo sguardo sulla ferita e la fissò per qualche secondo. Poi si chinò a baciarla, come se non avesse fatto altro nella sua vita che baciare le ferite sulle pance delle donne fuori di sé. Poi alzò la testa e mi disse: “Ora vorrei scattarti una foto. Non so se sarai mai, di nuovo, bella come ti vedo adesso. Non so se io ti vedrò mai di nuovo così. Spero che conservando questa immagine si conservi anche quello che provo in questo momento in cui ti guardo e penso che non esiste niente di più bello al mondo che i tuoi occhi tristi, che il tuo seno piccolo e sagomato, che la tua pancia piccola ma morbida, che le tue braccia sottili, le tue mani dalle dita lunghe e affusolate, le tue gambe magre e perfette, i tuoi piedi fini e trascurati.”

Acconsentii nella speranza che quello scatto potesse dare nuova vita anche a me, come uno specchio deformante che mi rendesse più bella anche ai miei stessi occhi.

Dicono che le foto scattate dalla persona che ti ama siano quelle che ti rendono più bella, e addirittura che dalle stesse puoi capire quando questa non ti ama più.

Non ci ho mai creduto, ma perché non tentare, pensai.

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Intimisto, Racconti

Port’Alba – le vite degli altri.

Com’è bella Port’Alba le mattine di primavera. Il sole batte sull’asfalto ma un venticello tacito mi scompiglia piacevolmente i capelli, mentre cammino con un vestitino svolazzante e passo da una bancarella all’altra commuovendomi quasi alla vista di vecchi libri usati e ingialliti che odorano di vissuto. Mi piace guardare le copertine consumate, aprire i libri e vedere le pagine giallo-marroni e consunte. Mi piace toccare le pieghe e le pagine rotte, mi piace chiudere gli occhi e immaginare la storia di quel libro e di chi lo ha letto. Sono un’inguaribile curiosa delle vite altrui, e mentre sto lì a vagheggiare sento una musica venire dalle mie spalle, perfetta colonna sonora del mio film mentale che procede inesorabile.

Mi volto e vedo lui, un punkabbestia bellissimo, seduto a terra tra due bancarelle, che suona e canta e ha – per dio – una voce celestiale. Lentamente mi avvicino e lo guardo meglio. E’ bello, da togliermi il fiato. Ha due occhi meravigliosi e tristi e sta lì, a suonare non so cosa ma canta così bene che mi chiedo dove possa aver imparato a farlo. Frugo nella borsa alla ricerca di qualche moneta e, trovati gli ultimi residui di soldi in mio possesso, mi avvicino e li metto nella cesta dove lui li raccoglie.

E’ un attimo, mi guarda e mi sorride, gli sorrido. Ora, ho un problema, lo so, mi guardo troppo dall’esterno, sarà colpa del mio marcato tratto di narcisista di personalità o della tendenza all’autoanalisi o dell’insicurezza, ma comunque mi urge un fermo immagine.

Sono là, chinata in avanti che gli porgo i soldi. Lo guardo e gli sorrido, il vento mi scompiglia i capelli sulla faccia e il vestito sulle gambe. Lui si volta verso di me, continuando a cantare e suonare, mi guarda – con quegli occhi azzurri – e mi sorride. C’è una luce bellissima.

Stop.

Mi rialzo, lentamente riprendo a camminare e vado verso casa. Eppure non vorrei andarmene così, mi sembra di abbandonarlo.

In quei pochi minuti in cui le nostre vite si sono incrociate, è successo qualcosa che ha stravolto la mia giornata e forse, chissà, la mia vita. Lo guardo ancora mentre cammino e mi chiedo come e dove viva e con chi, che cosa ha vissuto, dove andrà dopo, come si sente, cosa pensa, se è felice, cosa rimpiange, cosa vorrebbe fare, che posti ha visto e vorrebbe vedere, se ha amato ed è stato ferito, se come me pensa che Port’Alba, le mattine di primavera, sia incantevole, se gli piacciono i libri e ne ha mai letti, dove cavolo ha imparato a cantare e suonare così.

Penso che magari avrei dovuto essere più audace, dirgli qualcosa, parlargli, avremmo potuto fare amicizia, scoprire interessi comuni, bere una birra insieme, innamorarci, partire insieme per barboneggiare in altri posti meravigliosi.

Chinata su di lui in quell’attimo stupendo, perché no, avrei potuto anche baciarlo.

E mentre penso tutto ciò e realizzo che lui è già andato via e in tutta probabilità dimenticatosi di me, mi chiedo quanto la mia timidezza mi limiti e quanto invece mi salvi dal fare le cose assurde che vorrei.

Chiedo scusa alla signora a cui sono andata addosso sognando ad occhi aperti, prendo il mio nuovo vecchio libro e felice guardo la copertina consumata. Apro alla prima pagina e vedo qualcosa che non avevo visto prima. Una scritta in rosso, a penna, con pessima grafia, campeggia al centro, probabilmente fatta da uno dei proprietari precedenti del libro. (Chi è? Cosa fa? Cosa pensa?)

“In certi casi la solitudine dovrebbe essere prescritta dal medico della mutua e mantenuta dallo Stato.”

(E’ una ragazza. Un po’ alternativa, riccia, mora, bassina, non troppo bella, studia lettere. E’ intelligente, acuta, legge molto, ogni tanto scrive. E’ riservata, le piace da un sacco quel ragazzo per il quale non si sente abbastanza bella, ha pochi amici ma fidati, ha un buon senso dell’umorismo e un forte spirito critico. Suona uno strumento, forse il basso, non è molto felice, ha un cane, vorrebbe vivere altrove. Oppure no? Magari è un vecchio bavoso obeso e sessuomane, vedovo.)

Definitivamente, mi fermo.

Piano largo. Piazza. Io ferma tra la gente che passa, vento, capelli, eccetera. Sorrido.

Una dedica per me, da uno sconosciuto, un passaggio di libri, di emozioni, una cessione di pensieri tramite pagine ingiallite, arrivata a me chissà da dove tramite un omino annoiato che vendeva libri a due euro.
E’ ovvio che non ha nessuna idea del valore di ciò che sta vendendo, ignaro e annoiato com’è, preoccupato di tirare avanti. Almeno credo. Quasi vorrei tornare indietro e chiedergli, parafrasando De André, “Tu che li vendi, cosa ti compri di migliore?”.

Un uomo buono, in fondo, me lo immagino, mentre abbraccia i suoi figli dopo avermi venduto un tesoro per due euro, eppure, chissà se sa chi è Thomas Mann, se ha mai letto “I Buddenbrok” e sapeva di quella scritta. Magari no, magari non sa leggere, magari ha tre lauree, magari l’ha letto e quella frase l’ha scritta lui. Un po’ soffro a non sapere quale sia la verità, ma un po’ forse, in fondo, è bello così.

(Se non fosse per quell’aura di mistero che attornia gli sconosciuti, non sarebbero così interessanti, mi dico.)

Torno a casa, reduce da mezz’ora di poesia, e tornando alla mia alienazione quotidiana accendo il pc e mi collego a internet. E’ finita, ho ripreso a lobotomizzarmi, ho già dimenticato tutto e il mio cervello si è di nuovo spento.

Senonché, parte un video, e mentre la musica scorre vedo un’immagine: una scritta su un muro, in francese, che dice: “La bellezza è per la strada”.

Come pervasa da una nuova consapevolezza sorrido, ma stavolta amaramente.

Non è forse così?

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Intimisto, Racconti

De-privativo.

1)

<<Ho avuto tanta paura, sai>> gli disse.

<<Di cosa hai avuto paura?>>

<<Prima ho avuto paura di innamorarmi di te, poi che mi abbandonassi dato che mi stavo allontanando, e ora ho paura che tu ti spaventi per ciò che ti sto dicendo e te ne vai>>.

<<Cosa te lo fa pensare?>>

<<Il fatto che non mi guardi mai negli occhi quando sei con me>>

<<Non me ne vado>>

<<Lo so.>>

2)

<<Ho avuto tanta paura, sai>> gli disse.

<<Di cosa hai avuto paura?>>

<<Prima ho avuto paura di innamorarmi di te, poi che mi abbandonassi dato che mi stavo allontanando, e ora ho paura che tu ti spaventi per ciò che ti sto dicendo e te ne vai>>.

<<Cosa te lo fa pensare?>>

<<Il fatto che non mi guardi mai negli occhi quando sei con me>>

<<Non me ne vado>>

<<Succederà, e io mi devo difendere.>>

3)

<<Ho avuto tanta paura, sai>> gli disse.

<<Di cosa hai avuto paura?>>

<<Prima ho avuto paura di innamorarmi di te, poi che mi abbandonassi dato che mi stavo allontanando, e ora ho paura che tu ti spaventi per ciò che ti sto dicendo e te ne vai>>.

<<Cosa te lo fa pensare?>>

<<Il fatto che non mi guardi mai negli occhi quando sei con me>>

<<Hai ragione, è perché ho paura anche io>>

4)

<<Ho avuto tanta paura, sai>> gli disse.

<<Di cosa hai avuto paura?>>

<<Prima ho avuto paura di innamorarmi di te, poi che mi abbandonassi dato che mi stavo allontanando, e ora ho paura che tu ti spaventi per ciò che ti sto dicendo e te ne vai>>.

<<Cosa te lo fa pensare?>>

<<Niente, parlavo a vanvera>>

5)

<<Ho avuto tanta paura, sai>> gli disse.

<<Di cosa hai avuto paura?>>

<<Prima ho avuto paura di innamorarmi di te, poi che mi abbandonassi dato che mi stavo allontanando, e ora ho paura che tu ti spaventi per ciò che ti sto dicendo e te ne vai>>.

<<In effetti,  forse è  meglio se la chiudiamo qui.>>

6)

<<Ho avuto tanta paura, sai>> gli disse.

<<Di cosa hai avuto paura?>>

<<Di niente, stupidaggini. Buonanotte>>

7)

<<Ho avuto tanta paura, sai>> gli disse.

<<Ah sì? Buonanotte.>>

8)

<<Buonanotte.>>

NDR: La quarta regola del decalogo gestaltico recita “Smetti di immaginare, sperimenta”. Secondo la psicologia gestaltica, il contrario del decalogo può considerarsi malattia.

Sono quindi tutti gli scrittori, gli artisti, i musicisti, i sognatori, gli insicuri, i codardi, gli eterni insoddisfatti dei pazzi? (Sì.)

1) Vivi adesso

  2) Vivi qui

  3) Prendi responsabilità dei tuoi pensieri, sentimenti e azioni

  4) Smetti di immaginare: sperimenta

  5) Smetti con il pensiero superfluo

  6) Arrenditi allo sgradevole

  7) Esprimi

  8) Arrenditi ad essere quello che sei

  9) Accetta nessun “devi” o “non devi”, altro che il tuo

  10) Metti attenzione su quello che c’è

Avere una fervida immaginazione può essere molto, molto deleterio.

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