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No.

La vita è semplicemente una questione di fortuna, una cosa non per tutti, niente di più che una pesca random, una roulette, una cosa a caso. Del tipo, se la notte non dormi e ti alzi e tuo padre sta male e tua madre sta male e non conosci nessuno e passerai la giornata in casa e c’è chi ti invita ma non capisce che non ti puoi muovere, che devi conservare le energie, e non ti va certo di metterti a spiegarglielo, non tanto perché non capirebbe quanto perché tu stessa, ormai abituata a essere sminuita, ti sminuiresti da sola e non riusciresti a farglielo capire. Allora la vita non può che avere accezioni negative, soprattutto se poi vedi chi non conosce nulla di tutto ciò, e ti guarda come se tutto ciò che dici fosse una fandonia, qualcosa che esiste solo nella scatola della tua testa, che poi probabilmente proprio così è, che cosa altro conta se non quello che è chiuso nella scatola della nostra testa. Lasciatemi perdere, non funziono.

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“E anche se fossero solo parole qualcuno c’è che sta parlando. (Se guardi dentro l’abisso, il sommerso è riemerso.)”

Io insomma cerco di ricordare come, quando, perché è successo tutto questo. Che cazzo ho fatto? Come sono finita qui dentro? Avete presente quando tutto vi torna chiaro in un attimo, che tutto quello che state vivendo è tempo, vuoto, buttato, stracciato, riempito per non sentirlo. Tempo. Mamma mia, i brividi. Una vita tamponata con l’ovatta invece che vissuta. Ma quand’è che è successo? Perché lo posso immaginare, come, suppongo gradualmente, scivolando piano piano, senza che me ne accorgessi veramente. A volte mi accorgevo, sì, alzavo la testa, ma poi mi ricordavo perché lo stavo facendo, che cosa c’era, sopra, in superficie, da cui stavo cercando di prendere le distanze, e allora pensavo che sì, è vero, stavo perdendo tutto, ma non c’era altra scelta. Invece era il contrario, era a stare in superficie che non c’era altra scelta, non ad affondare.  Che poi in realtà sono entrambe alternative valide e dipende tutto dal punto di vista da cui ti vuoi mettere. Meglio giornate inerti o dei capelli verdi?
Non fuggire né galleggiare: ci dev’essere un modo altro.

 

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Tanti auguri a te.

Sono andata a rovistare tra le nostre conversazioni per controllare il giorno esatto del tuo compleanno, che ricordavo ricorrere in questi giorni. E sì, lo ricordavo proprio giusto, che strano, non ho una buona memoria e quel giorno ti ho solo mandato gli auguri ed è successo una volta sola. Ma per arrivare a quel giorno ho dovuto scorrere tutte le conversazioni e così mi è passato sotto gli occhi tutto, e prima ho sorriso, poi ho pianto, poi ho pensato che eri un cazzo di psicopatico che mi faceva questioni enormi per stronzate, poi che eri uno stronzo che mi trattava di merda e che non mi meritavi – con tutto quello che ti davo -, poi ho provato vergogna, senso di colpa, stupore per essere stata così ansiosa, ossessiva, ipocondriaca, per averti gettato addosso tutti i miei pensieri sconnessi che indubbiamente ti hanno appesantito e allontanato. Poi, alla fine, di nuovo tristezza, nostalgia, pianto sconsolato, la sensazione di avere una (un’altra) malattia cronica che non passerà mai e che mi accompagnerà sempre, con cui dovrò per sempre convivere. Ora c’è qualcuno a cui interesso, qualcuno che vuole sentirmi, vedermi, e che non ha un briciolo della mia attenzione. Io rivolgo la mia attenzione e i miei pensieri sempre e solo a posti inutili, in cui so già che troverò dolore, forte emozione, ma nulla di concreto, nulla che possa cambiare le cose. E poi, dopo la tristezza e la nostalgia, questa voglia enorme di scriverti che ti voglio bene nonostante tutto, una voglia arginata dalla consapevolezza di essere soltanto un peso per te, e sentirmi un rifiuto umano, e infine una domanda: è mai possibile che sia proprio questa la sensazione che rincorro e che ricerco? Rabbrividirei, se non fosse che è la mia normalità.

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Rebound.

Sento un grande vuoto, solo un grande vuoto. Lo localizzo all’altezza dello stomaco, e alla fine cedo alla tentazione di riempirlo con materiale anche solo vagamente edibile. Il tuo rifiuto mi ha mostrato il nulla che sono e che è la mia vita, il modo patetico in cui periodicamente torno a cercare un’emozione, mendicandola. Il modo in cui niente di semplice e carino riesce a smuovermi, solo la tempesta, il tormento, quelle stronzate di cui solo chi non ha niente dentro ha bisogno. Sono un corpo dormiente, sempre stanco, pesante, non sento mai niente. Vorrei tornare ad avere desideri, paure, slanci, voglie e disperazioni, vorrei tornare a stare male perché il dolore è l’unica alternativa concessami rispetto al niente e l’unico motore di un mio possibile qualsivoglia agire. Ne ho avuto la prova e a questa evidenza mi arrendo con consapevolezza. Mi giustifico dicendomi che quando l’errore è connaturato a ciò che sei passare tutta la vita a cercare di correggerlo – e annullarsi non è correggersi, ma solo morire – è una lotta impari, destinata a non concludersi mai; vale la pena di accettarsi, lasciarsi andare, non tentare più di correggersi, vivere pienamente il proprio essere un errore. Vorrei tanto poterlo ancora fare.

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Appunti.

  1. La stanchezza mi ha rubato la possibilità di vivere ancora.
  2. Non sono simile a nessuno.
  3. Il mio corpo è malato e non risponde alle mie intenzioni.
  4. Non sarò mai presa sul serio nella malattia da nessuno, comunque.
  5. Dovrò fare lo stesso ciò che fanno gli altri anche se non ne ho le possibilità.
  6. Non ho talenti nascosti.
  7. Alla fine della vita avrò un’epifania alla Bergman su quanto avrò sprecato la mia vita ma saperlo non serve a evitarlo perché ciò che è malato è malato.
  8. Non amerò né sarò riamata.
  9. Ho sonno e a pensarci è una salvezza che io lo abbia, anzi il problema è la parte restante di tempo che passo da sveglia a fare i conti con quanto sono stanca.
  10. Non ci sarà nessun riscatto, mai, e saperlo non mi cambia nulla.
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Rainer Maria Rilke: “Per scrivere poesia”

Ciò che penso della scrittura e il motivo reale per cui neanch’essa fa per me.

Il mestiere di scrivere

«Bisognerebbe saper attendere e raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino. Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare sopratutto, ai…

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IL contatto – Maggio borderline

C’ho problemi relazionali. Così dice mia mamma, per giustificare il fatto che non c’ho uno straccio di amico o di amica che mi venga a trovare e che io possa definire tale. C’ho problemi relazionali perché ogni tanto mi faccio sfuggire che ho conosciuto Tizio o Caio, ma poi alla fine non si sa più niente di ‘sto Tizio o di ‘sto Caio, non rimane mai un cavolo di niente, improvvisamente mi chiudo in camera a piangere e sono intrattabile per una settimana e stop, niente più Tizio o Caio, di nuovo isolamento, serie tv, libri, dolori muscolari e pigiama. C’ho problemi relazionali, dice, perché esigo molto e troppo dalle persone, e perché non voglio fare compromessi. C’ho problemi relazionali perché ogni cosa non mi va bene, perché dietro a ogni invito vedo una cattiva intenzione, perché non mi fido, perché penso che poi uno chissà perché dice o fa, sicuramente perché poi vuole mandarmi a cagare, ridere di me, usarmi, vendere i miei organi e sputare saltellando sul mio cadavere in putrefazione. C’ho paura dell’abbandono, dicono – gli psichiatri, i manuali, e pure chi ha la sfortuna di viverlo sulla sua pelle – perché, dice, per me quando una cosa è conclusa è un po’ come se fosse morta. Per questo, dice, non ho mai finito l’università, il diploma di solfeggio, il corso di scrittura, qualsiasi cazzo abbia iniziato a fare e mi abbia poi fatto venire l’angoscia quando stava per concludersi. Conclusione è realizzazione, farsi reale di qualcosa. La realtà mi fa paura. Conclusione è morte, fine del processo in itinere, niente più libertà, apertura, è finalmente qualcosa di concreto. Paura. Terrore.
La verità, su questa questione dell’abbandono, però, prima o poi vorrei provare a raccontarla meglio. Mi dicono – altre genti -, ma allora tu sei tipo una di quelle donnette sceme che c’ha paura ad andare a letto con uno perché poi quello scompare e tu ti senti già fidanzata. Il punto è che io non vivo in mezzo agli altri, io vivo in una fortezza, chiusa. Ogni contatto non è “un contatto”. Ogni contatto è “IL contatto”. In quel contatto per me c’è tutto. In quel contatto per me c’è l’ultima speranza di potere tornare a essere una specie di persona, l’ultimo attaccamento a quella roba che gli altri chiamano più o meno vita e che non è stare in pigiama a guardarsi le serie tv o leggersi libri perché poi mi fa male tutto e tutto è difficile là fuori. Insomma IL contatto mi risucchia ogni aspettativa, prima ancora che io possa anche solo pensare “Ehi, vacci piano, è solo UN contatto”. “No, dice lui, io sono IL contatto. Tu non esisti più, tu non sei mai esistita, adesso affidati a me, io ti farò finalmente esistere.”
Ovviamente e inevitabilmente il contatto, che come abbiamo già detto non è IL ma è UN, si sfalda subito, perché Tizio o Caio non ha la mia stessa sindrome d’attaccamento e anzi, al posto di questa c’ha una vita, delle cose da fare, le bollette da pagare e pure altri contatti da esplorare. E quando il contatto (che però è UN) si sfalda, io che ero diventata tutt’uno con esso mi sfaldo pure io, e mi sfaldo veramente. Per giorni o settimane o mesi io mi sfaldo, perdo consistenza, mi scavo la pelle, mi intontisco come posso, mi maledico fino a perdere davvero il mio centro e a non esistere davvero più. E poi ritorno a respirare nella mia dimensione fuori dall’esistenza condivisa, a essere un fantasma senza contatti, mi riparo, mi difendo. Fino alla prossima mano che si tende, fino al prossimo contatto, che poi già so che non devo farci affidamento, che non devo credere a mezza delle sue promesse, ma quando uno c’ha fame, ci sta poco da fare, prima o poi cede e va a mangiare anche se sa che c’ha lo stomaco debole e dovrà vedersela con una brutta indigestione.

#maggiomeseculturaborderline

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