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Le regole del gioco

AnimALiena

La malattia cambia la percezione del tempo.

Le giornate rallentano, la fatica si posa apparentemente lieve sulle spalle al mattino, per trasformarsi nel giro di poche ore in un macigno insostenibile, da trascinare minuto dopo minuto. Arrivare alla sera si fa fatica epica, ma – se si è abbastanza fortunat* – il buio porta in dono il tanto sospirato oblio di sé e della propria condizione.

La malattia è attesa.

Di guarire, certamente. Ma anche solo di migliorare, se possibile. E, prima ancora, di visite, prelievi, esami, altre visite. Attesa di risposte che tardano ad arrivare, mentre i sintomi non hanno alcuna fretta di svanire. E lei, la malattia, gioca a nascondino coi tuoi nervi… cu-cù, dove sei? Cosa sei? E perché hai deciso di rendermi la vita così difficile?

La malattia è un posto in prima fila per lo spettacolo della vita.

Della quale però ti ritrovi spettatore, non…

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Cymbalta 60 mg.

Il periodo pre-mestruale è diventato per me una specie di promemoria in piccolo e su scala molto ridotta della persona che ero prima e della mia emotività (disregolata?), attualmente piuttosto sepolta sotto 60 mg di duloxetina giornalieri senza i quali purtroppo a volte non riesco neppure a camminare a causa dei dolori alle gambe. La cosa positiva è che non sto più “sempre male”, non ho sempre l’ansia, non mi ossessiono su ogni azione che credo di avere sbagliato tormentandomi fino a desiderare di lobotomizzarmi, non ho continue crisi di solitudine e tristezza e di vittimismo acuto. La cosa negativa è che a volte mi sembra di avere perso qualcosa, di essermi adagiata sul nulla e poi soprattutto la cosa più triste è che non scrivo quasi più. D’altra parte uno di che deve scrivere se non ha nessuna di queste cose? Di che ha mangiato a pranzo? Boh. (Che poi non è vero, evidentemente è solo un mio limite – infatti non sono una scrittrice – avere l’impulso di scrivere solo sull’onda dell’emotività.)
Comunque devo sempre scegliere tra due estremi.

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Punto luce.

Io sono certa che vi sia ancora qualcosa di vivo in me, e il dolore che provo nel venire per l’ennesima volta scartata e messa da parte me ne è testimone. Io voglio che oltre a questo dolore possa tornare la mia persona, la mia voglia di scrivere, la mia voglia di far ridere, la mia voglia di creare, di pensare, di fare. La paura, la malattia, il dolore cronico, gli abusi, i traumi, le delusioni, non possono avermi davvero uccisa. Io sono certa che ci sia qualcosa ma non so più come farlo uscire. Io non ne sono veramente certa, ma in questo istante sento che qualcosa c’è. Ma sono certa che da sola non riuscirò a fare altro che lasciarmi andare. Vorrei avere ogni giorno la sfacciataggine e l’ostinazione di chi chiede aiuto fino a che non gli viene adeguatamente dato, vorrei sapermi prendere quello che davvero dovrebbe spettarmi, perché chiunque se lo porta addosso con naturalezza mentre a me, a chiederlo, quasi sembra di rubare.

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Tertium non datur – cap. ciclico

Sto male, male, male e stavolta non è il mio corpo a essere dolorante.
Agosto è un’angosciosa prospettiva di deserto.
Mi si parano innanzi due alternative:
il tormento – con relative cazzate, decisioni azzardate seguite da rimorsi rimpianti e rimuginamenti ossessivi che fanno aspirare a lobotomie frontali –
e l’anestesia totale, che probabilmente potrei tornare ad avere prendendo solo una capsuletta in più appena sveglia, con relativa morte cerebrale.
Tutta la vita riassunta in questo dilemma:
“Meglio giornate inerti o dei capelli verdi?”

Alla lunga, nessuna delle due è umanamente sopportabile, se non sapendo che in qualche modo, se lo si decide, si può sempre tornare all’altra.
somedaysifeel

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No.

La vita è semplicemente una questione di fortuna, una cosa non per tutti, niente di più che una pesca random, una roulette, una cosa a caso. Del tipo, se la notte non dormi e ti alzi e tuo padre sta male e tua madre sta male e non conosci nessuno e passerai la giornata in casa e c’è chi ti invita ma non capisce che non ti puoi muovere, che devi conservare le energie, e non ti va certo di metterti a spiegarglielo, non tanto perché non capirebbe quanto perché tu stessa, ormai abituata a essere sminuita, ti sminuiresti da sola e non riusciresti a farglielo capire. Allora la vita non può che avere accezioni negative, soprattutto se poi vedi chi non conosce nulla di tutto ciò, e ti guarda come se tutto ciò che dici fosse una fandonia, qualcosa che esiste solo nella scatola della tua testa, che poi probabilmente proprio così è, che cosa altro conta se non quello che è chiuso nella scatola della nostra testa. Lasciatemi perdere, non funziono.

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“E anche se fossero solo parole qualcuno c’è che sta parlando. (Se guardi dentro l’abisso, il sommerso è riemerso.)”

Io insomma cerco di ricordare come, quando, perché è successo tutto questo. Che cazzo ho fatto? Come sono finita qui dentro? Avete presente quando tutto vi torna chiaro in un attimo, che tutto quello che state vivendo è tempo, vuoto, buttato, stracciato, riempito per non sentirlo. Tempo. Mamma mia, i brividi. Una vita tamponata con l’ovatta invece che vissuta. Ma quand’è che è successo? Perché lo posso immaginare, come, suppongo gradualmente, scivolando piano piano, senza che me ne accorgessi veramente. A volte mi accorgevo, sì, alzavo la testa, ma poi mi ricordavo perché lo stavo facendo, che cosa c’era, sopra, in superficie, da cui stavo cercando di prendere le distanze, e allora pensavo che sì, è vero, stavo perdendo tutto, ma non c’era altra scelta. Invece era il contrario, era a stare in superficie che non c’era altra scelta, non ad affondare.  Che poi in realtà sono entrambe alternative valide e dipende tutto dal punto di vista da cui ti vuoi mettere. Meglio giornate inerti o dei capelli verdi?
Non fuggire né galleggiare: ci dev’essere un modo altro.

 

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