Uncategorized

Contatto.

Ero venuta per avere un assaggio di vita. Ho sbagliato, ho sbagliato, ho sbagliato, non avrei dovuto. Tu non mi hai voluta, tu non mi vuoi, e il contatto con la tua pelle e con il tuo respiro mi ha solo ricordato che esiste una vita al di fuori delle mie quattro mura, che esiste una possibilità di contatto al di fuori della mia solitudine, ma che io non l’avrò mai. Mi sono squartata la pelle, per toglierci quell’odore, quel contatto, quella tenerezza. Che io non merito, che non mi è dato riprovare, che non sarà mai per me. Mai più tenerezza, mai più amore. Solo e per sempre lame, mi impegno solennemente, per me.

Standard
Uncategorized

No.

Non posso farcela. Provo per l’ennesima volta a sfidare i miei limiti, a cercare di essere come gli altri, a provare a fare le cose. Non posso farcela. Sono difettosa. Per favore, prendetene atto anche voi. Smettete di chiedermi. Liberatemi. Non siate più delusi, azzerate i vostri desideri. Ogni tentativo di essere si traduce in una nuova cicatrice da portare. Per favore, basta. Non chiedetemi più nulla. Dimenticatemi. Io non esisto più da molto tempo, non più nel modo in cui intendete voi.

Standard
Uncategorized

Cambiare me.

Sei ancora piccolo piccolo e la tua faccina è tonda tonda e spettacolare. Le tue guanciotte sono irresistibilmente morbide, il nasino piccolo, gli occhietti leggermente allungati, sorridenti, azzurri.
Ora la pelle non è più trasparente, non si vedono più le venuzze, non ci sono più tutte quelle screpolature. Ora è liscia liscia e non sei più un esserino rinsecchito che si ha paura che si possa rompere da un momento all’altro prendendolo in braccio. Ora tutto il tuo corpo è più pienotto, nutrito, paffuto. Le gambe sono salsiccette, le braccine sono piccolette e i polsi hanno quella pieghetta che, oddio, fa partire quella meraviglia che sono le tue manine. Quando sono aperte non posso fare a meno di mettere il dito sul palmo aspettando che tu  di riflesso me lo stringa e sentendomi la persona più fortunata e privilegiata dell’universo. Il collo, che piccola dolcezza, morbidamente separa la faccina dal torace con i capezzoli chiari chiari, quasi trasparenti. I capelli sono buffamente più concentrati al centro della testa e vanno da dietro verso davanti, con un ciuffo che si alza a mo’ di vertigine e forma una specie di cresta punk che mi fa morire dal ridere, anche perché si sposa perfettamente con il tuo carattere inquieto.
Mentre tuo fratello è il ritratto della regolarità e della calma, infatti, tu sembri essere già il figlio precoce, intelligente, estremamente vivo e vivace ma difficile, complicato e tormentato. I tuoi genitori si chiedono da chi tu possa avere preso questo caratteraccio e la nonna, per prendermi in giro, dice che lo hai preso da me.

Ti muovi sempre, continuamente, sgambetti tanto, adesso, e lalleggi. Fai un sacco di versi buffi, e di smorfie e faccette divertenti e poi, meraviglia delle meraviglie, sorridi. Sorridi tanto. Piano piano la tua boccuccia si alza all’insù e si apre un poco, e insieme a lei sorridono i tuoi meravigliosi occhietti azzurri. Che meraviglia della natura che sei quando sorridi! Mi scoppia il cuore in mille pezzi, mi viene da piangere, non riesco a contenere la mia emozione. E non ti limiti a sorridere: ridi! Lalleggi e ridi, ti diverti da solo, anche solo guardando un punto che ti piace o godendo di una sfregatura energica sulla pancina. Però, sei estremamente delicato. Il tuo corpicino è in fase di rodaggio, non ha ancora tutti gli apparati funzionanti nel modo giusto, giorno dopo giorno cambia e si rafforza e tu, poverino, soffri di tutti questi cambiamenti. Non digerisci bene. Se hai mal di pancia, piangi. Se hai fame, piangi. Se sei annoiato, piangi. E il tuo pianto è disperato, urlato, inconsolabile, perché non vede oltre sé stesso. Non vedi consolazione, soluzione, non sai, e allora piangi, urli, ti disperi, fino a che non ottieni ciò che vuoi.
E tu ottieni sempre ciò che vuoi, perché nessuno con un angolo di cuore ancora minimamente pulito riuscirebbe a non sentirsi in dovere di fare di tutto pur di darti soddisfazione. Nessuno con un briciolo di umanità intatta riuscirebbe a non diventare schiavo della tua purissima tenerezza. Tu non puoi non ottenere ciò che vuoi. Indifeso, ignaro, spaesato, per arbitrio d’altri gettato nel mondo. Chi deliberatamente ignora il tuo pianto può essere solo una creatura dal cuore irrimediabilmente sporco di catrame.

Ti piace essere portato a passeggio per le scale, e io ti ci porto. Su e giù, una, due, cinque, sette volte. Le gambe mi fanno male per via della fibromialgia e della stanchezza cronica e tutto il resto, ma non posso sopportare che tu pianga. Non si può. Sopporto il dolore perché TU devi stare bene. Mi fa bene, prendermi cura di te, perché posso spostare il centro dei miei bisogni su qualcosa di esterno a me stessa. Qualcosa di meraviglioso e di infinitamente più degno di attenzione e di amore.

E poi, ti piace il rumore dell’asciugacapelli, e ti piace il getto d’aria calda puntato sulla faccia. Che faccia buffa che fai quando per farti calmare lo prendo e lo punto verso il tuo faccino, i capelli svolazzano e la tua boccuccia e i tuoi occhietti si muovono a un’espressione beata e tranquilla. Mi metto a piangere. E sì.

E quando prendi il tuo latte dal seno della mamma, che meraviglia, la guardi e lei ti guarda e ti sorride. Non posso negare di provare a volte una punta di invidia per la vostra complicità unica, di quella che si può creare solo con una compenetrazione di corpi. La tua mamma ti dà una parte di sé e diventa te. Tu ti nutri di lei e la contieni, così come lei ti conteneva prima che nascessi.
Una volta ti avevo in braccio e piangevi così disperatamente che, quando la tua bocca ha sfiorato la mia guancia, subito ti ci sei attaccato. Sì, insomma, eri così disperato che hai scambiato la mia guancia per una tetta e hai cominciato a succhiarla. Che sensazione meravigliosa! Ti ho staccato e tu hai ricominciato a piangere, e un po’ mi sono vergognata e sentita in colpa per non averti staccato subito subito, per avere voluto sentire per qualche secondo il contatto con la tua infinita tenerezza dando alla mia soddisfazione più importanza che alla tua. Mi viene da piangere di nuovo.
Poi, quando ti addormenti, il tuo volto mi rivela pienamente tutta la sua perfezione. Non esiste ruga, macchia, segno del tempo sulla purezza liscia e candida della tua meravigliosa pelle. Gli occhietti chiusi, il nasino perfetto, la boccuccia dischiusa, tutto perfettamente si sposa con il ritmo regolare e silenzioso del tuo respiro, che solo distingue il tuo volto da quello di un meraviglioso bambolotto di porcellana. Io ti guardo per minuti interminabili e mi commuovo, piango. Sei la cosa più bella del mondo. Ti vorrò bene sempre, a prescindere da ciò che sarai, ti vorrò bene anche se tu mi odierai, anche se diventerai tutto ciò che disprezzo. Mi impegno ad amarti incondizionatamente, e non credo che potrò fare a meno di adorarti per sempre, perché sei stato quello che sei adesso e io l’ho visto e vissuto.

E perché hai rovistato nel mio nulla così tanto che alla fine sei riuscito a farne venire fuori un’emozione.

 

“Per vedere e capire se è vero,
come dicono le leggende,
che amare è più forte di morire”

Standard
Uncategorized

Adolescenza.

Quindi io sarei quella disturbata perché non ho nessun progetto particolare nella vita. In effetti, non voglio fare più un cazzo. Mi basta vivere, mi basterebbe vivere una vita un po’ più carina, con una salute migliore e in un posto migliore e poter fare cose carine e conoscere gente e non stare sempre sola ma poterci stare quando voglio, eccetera. Mi piacerebbe vivere sola ma in una città così se voglio stare in mezzo alla vita mi basta scendere per strada ma se voglio stare da sola mi basta entrare in casa.
E insomma io mi chiedo: ma bisogna davvero per forza fare qualcosa nella vita? Vivere non basta? La gente pensa di dovere per forza fare qualcosa, darsi una missione, un ruolo, “realizzarsi” (“farsi reale”, buffo, no? Come se senza una professione non esistesse). Non ci vuole Cioran per capire che l’attività è sopravvalutata, non ci vuole Marx per capire che il lavoro in generale è la morte del lavoro in favore del lavorìo, non ci voglio io per dire che non sono io quella disturbata, ma chi passa la vita a lavorare senza mai chiedersi “Ma che cazzo sto facendo? E perché lo sto facendo? Potrei forse vivere la mia vita diversamente?” e non si ferma secoli su queste domande, non si aggroviglia, non si arrovella, e cammina, va avanti, si stabilisce, figlia, muore, e intanto è passata una vita così, una vita di attività, e nessuna domanda. Una vita come tante.

Standard
Uncategorized

Il primo incontro.

La prima volta che la zia vi vide per bene eravate in ospedale, perché la vostra mamma era ancora sotto osservazione.
Arrivò in camera e la mamma le disse:
“Eleonò se devi prendere i bambini levati ‘sti orecchini pendenti, ché quelli si aggrappano a tutto.”
Allora la zia, divertita, esclamò: “Ah! …Come i gatti!”
“Eh, sì, più o meno… diciamo” rispose la mamma, un po’ perplessa, dopo averci pensato un attimo.
Poi la zia, che continuava a osservarvi e che non ricordava di avere mai visto in vita sua delle muffolette, chiese: “E perché gli hai messo questi guantini senza ditine sulle manine?”
(Era lì da due minuti di orologio ed era stata già colpita da quella strana malattia che viene a certe persone quando vedono un neonato o un cucciolo di animale per cui iniziano a indicare ogni cosa con il suo diminutivo e a fare una vocina che fa pensare a una sorta di demenza precoce).
E la mamma rispose: “Eh, perché se no si graffiano da soli; hanno le unghie lunghe e non gli si possono ancora tagliare, e si sfregiano da soli la faccia.”
Allora una nota di stupore segnò il volto della zia che, rimasta immobile e in silenzio per qualche istante, poi esplose in uno squillo di entusiasmo esclamando:
“Ma… ma… ma allora… sono proprio…
COME I GATTI!”
 
Ed è così che inizia la storia di come la zia iniziò a volervi bene.
Standard
Uncategorized

Niente.

Nessuna gratitudine. Nessuna consolazione. Nessuna amicizia. Nessun affetto. Nessuna cura. Nessuna prospettiva di miglioramento futuro. La scrittura, la scrittura, la scrittura. Quando mi si intorpidisce tutto il corpo fino al cervello non riesco neanche a pensare a una parola da scrivere. Ho il vuoto dentro. Il mio malessere è arido, allora ben vengano gli insulti, se mi aiutano a provare qualcosa. Ben venga il dolore trafittivo fino alle lacrime, se mi dà qualche cosa da dire. Meglio di questo sonno infinito e senza vita, almeno fino a che lo riesco a reggere.

Standard